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Strage di Brescia: finalmente giustizia

di Carmine Fotia, 22 Giu 2017

Quarantatrè anni dopo, la strage di Piazza della Loggia a Brescia ha finalmente dei colpevoli. Sono stati infatti condannati in via definitiva due neofascisti Carlo Maria Maggi, 83 anni medico, all’epoca dirigente di Ordine Nuovo e di Maurizio Tramonte, agente immobiliare, 65 anni, anche lui ordinovista e informatore dei Servizi Segreti. Il primo è molto malato e dunque sconterà la pena agli arresti domiciliari; il secondo è stato arrestato dal Ros dei carabinieri nei pressi di Fatima.  Che cercasse la grazia mariana o stesse semplicemente fuggendo, sconterà la sua pena in carcere.

Cosa è successo 43 anni fa in piazza della Loggia

Non vorrei che, poiché 43 anni sono un tempo lunghissimo, si perdesse la memoria di quel che è accaduto in piazza della Loggia a Brescia  alle ore 10.12 del 28 Maggio 1974.

Ho vivissime davanti agi occhi le immagini e le voci trasmesse dai Tg. La piazza era gremita per una manifestazione contro il terrorismo fascista: c’erano state la strage di piazza Fontana a Milano nel ’69,  sui treni a Gioia Tauro nel 1970, davanti alla questura di Milano nel 1973, di lì a qualche mese, in agosto, ci sarebbe stata la bomba sul treno Italicus.

La verità processuale non c’era ancora ma la matrice fascista di quegli attentati era chiara. Questo era, più o meno quel che stava dicendo il sindacalista della Cisl, Franco Castrezzati, quando venne interrotto da un boato. Di quel momento non ci sono filmati ma il sonoro e poi le foto, un fermo-immagine dell’orrore che stroncò 8 vite e ne colpì altre 108.

La voce che si ferma e o poi riprende qualche secondo dopo: “è una bomba, una bomba…compagni…state calmi…compagni e amici state calmi”.

La mia generazione, avevo 19 anni allora, non aveva ancora finito di festeggiare la vittoria nel referendum sul divorzio e quelle bombe furono un colpo di maglio sulle nostre speranze, spinsero in tanti a pensare che un colpo di stato fascista era alle porte e molti ne trassero la conclusione che fosse necessario rispondere alla violenza fascista con la violenza “proletaria”.

Il Pci e il movimento studentesco

E anche chi non lo pensò, ovvero la stragrande maggioranza del movimento operaio e sindacale e dei partiti di sinistra, ed anche la stragrande maggioranza di noi giovani del movimento, si mise in grande allarme: molti di noi, esposti nella militanza del movimento studentesco, ancorché poco più che ragazzi, dormivano spesso fuori casa, per paura di essere colpiti dai fascisti.

Il Pci fu, in quell’occasione, il grande retroterra democratico nel quale trovammo asilo.

Confesso che quelle notti trascorse in case altrui furono anche occasioni per scoprire amori, amicizie e passioni  e nuove consapevolezze.

Cominciammo a scoprire allora che l’avanzata delle sinistre, annunciata dalla squillante vittoria referendaria e che sarebbe stata confermata nella trionfale marcia delle elezioni amministrative dell’anno successivo, non sarebbe stata “un pranzo di gala”, per usare una citazione allora molto in voga del presidente Mao.

L’anno prima, dopo il golpe in Cile che aveva rovesciato il governo di Salvador Allende, Enrico Berlinguer aveva lanciato la strategia del compromesso storico.

Strategia per molti versi sbagliata, ma che si basava sulla consapevolezza che, in quella parte del mondo dove stava l’Italia, l’avanzata del Pci sarebbe stata contrastata  con ogni mezzo, anche quelli illeciti. Fu quella che poi venne chiamata “una guerra a bassa intensità”.

La strategia della tensione

La destra neofascista, manovrata dall’oltranzismo atlantico e da pezzi dei vertici dei Servizi Segreti, ne fu lo strumento. Questo grumo di interessi reazionari fu dunque a capo della strategia della tensione e gettò poi la sua ombra nel sequestro e nell’assassinio di Aldo Moro che pure fu compiuto dalle Brigate Rosse, poiché Moro era l’interlocutore naturale del Pci e lavorava per la sua legittimazione governativa.

Questa trama oggi, attraverso una sentenza definitiva, passa nei libri di storia dell’Italia. Non si tratta più solo di ombre, sospetti, teoremi.

Le motivazioni dell’Appello

Ecco quanto si afferma nelle motivazioni della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha emesso la condanna per i due autori della strage di piazza della Loggia a Brescia, ora resa definitiva dalla Cassazione: «Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze di cui ha parlato Vinciguerra [ex ordinovista  che si è assunto la responsabilità della Strage di Peteano, ndr], individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità.

Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultra ottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe ».

Per una volta, possiamo dire che il tempo non è trascorso invano e il desiderio di giustizia dei familiari delle vittime e di tutti noi è stato finalmente esaudito.

Dice Manlio Milani, che perse la moglie in quella strage, in un’intervista a Piero Colaprico di Repubblica: “L’effetto della verità, anche se parziale, emersa grazie al lavoro onesto di tante persone…fa sì che i nostri morti possano finalmente riposare”.

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