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“Avanti, insieme”: la mozione Renzi-Martina in sintesi

21 Mar 2017

Un PD popolare e alternativo ai populisti

Tre giorni di dialogo e discussione al Lingotto, caratterizzati da un dibattito costruttivo e da gruppi di lavoro partecipati da cui sono uscite proposte concrete. È da lì che arriva la mozione Renzi-Martina: una proposta congressuale solida, ma pronta ad arricchirsi degli spunti che scaturiranno dal confronto sui territori e in rete. Un progetto che intende raccogliere la sfida politica del nostro tempo: dimostrare che al sentimento di insicurezza e di smarrimento che serpeggia in tutto il mondo non si può e non si deve rispondere chiudendosi nel proprio recinto. Non si tratta di imbastire una guerra ideologica tra “chiusura” e “apertura”, ma di dare vita concretamente a un’alleanza tra libertà e protezioni, tra opportunità e fragilità, allargando la sfera dei bisogni alle esigenze di appartenenza e cooperazione. Per contrastare i populismi è indispensabile l’azione di forze politiche popolari, capaci di elevare la qualità, la trasparenza e la responsabilità delle scelte democratiche. Perché di fronte a un problema i populisti cercano subito un colpevole, i riformisti una soluzione. Compito del PD è quindi farsi portavoce di un riformismo empatico e popolare, che “senta” i problemi ancor prima di risolverli.

Più Europa e più politica in Europa

L’orizzonte strategico di questa sfida è l’Europa, l’unica dimensione sufficientemente vasta per fronteggiare i cambiamenti in atto senza venir meno ai nostri valori e al nostro stile di vita. A 60 anni dai Trattati di Roma, però, l’Unione è ormai considerata da molti elettori il problema più che la soluzione. L’Europa deve cambiare. Serve allo stesso tempo più Europa e più politica in Europa. Più legittimazione democratica, a partire dall’elezione diretta del Presidente della Commissione, e maggiori sforzi per l’integrazione politica di quei paesi che sono già pronti a condividere scelte fondamentali per il nostro futuro, non solo una moneta. Il PD dev’essere in prima linea in queste battaglie: deve farsi promotore dell’introduzione delle primarie per la scelta del candidato del PSE alla Presidenza e spingere per la costruzione di un’Europa politica, “europeizzando” le elezioni nazionali.

È necessario porre le basi per una nuova politica comune in campo sociale, nella gestione dei flussi migratori, nella difesa comune e in materia di tassazone. Regole fiscali comuni, risposte immediate agli obiettivi di crescita e inclusione (escludendo gli investimenti in sicurezza, ricerca e cultura dalle regole di bilancio) e una politica estera che investa su due aree d’importanza strategica: migranti e Mediterraneo. Sull’integrazione dobbiamo investire di più e meglio, per il bene della nostra economia e per la qualità del nostro tessuto sociale. Siamo stati i primi a portare in Parlamento una riforma della legge sulla cittadinanza, improntata allo ius soli: una legge da approvare prima della fine della legislatura. Sicurezza non vuol dire solo ordine pubblico, ma anche possibilità di vivere appieno la democrazia. Non c’è sicurezza senza libertà, non c’è libertà senza sicurezza.

L’orgoglio di essere italiani

Un progetto, quello europeo, che non è incompatibile con il nostro interesse nazionale. Interpretata nel modo giusto, l’apertura non cancella l’identità, la esalta. Che Italia riusciremo a costruire lo capiremo innanzitutto dalla risposta che daremo nei prossimi anni alle zone colpite dal terremoto. Siamo uno dei migliori paesi per interventi in emergenza, ma dobbiamo puntare molto sulla prevenzione, prendendoci cura del nostro territorio. Proprio per questo i nostri governi hanno messo in campo un bonus fiscale che prevede detrazioni fino all’85% per gli interventi di miglioramento sismico.

Un’Italia che fa l’Italia può essere un grande aggregatore dei talenti migliori, un catalizzatore di energie che uniscono il Paese, i suoi territori, le sue imprese e le sue comunità nella missione della qualità, della bellezza, della cultura. In ballo c’è la possibilità di tracciare un disegno comune che sia ancora capace di incontrare desideri e interessi, necessità e aspirazioni degli italiani. Dentro e fuori dai confini nazionali: prestando cioè attenzione anche all’accentuata mobilità dei nostri concittadini, sempre piú proiettati ad esperienze di studio, di vita e di lavoro in Europa e nel mondo.

Un partito “pensante”

Il PD deve essere una forza politica che guarda al futuro senza complessi, ma affonda le sue radici nella storia. Abbiamo il dovere di ristrutturare la nostra casa comune e il nostro modo di stare insieme, superando la dicotomia tra “partito leggero” e “partito pesante”: il nostro dev’essere un Partito “pensante”, che selezioni e formi una classe dirigente capace. Che rafforzi il protagonismo delle donne nei gruppi dirigenti a ogni livello. Un Partito aperto, innovativo e radicato sul territorio, al quale arrivare attraverso una profonda riforma della cultura e delle pratiche organizzative. Un Partito costruito sui valori della partecipazione e della contendibilità, che rivendichi il principio della coincidenza tra segretario e candidato premier e che sperimenti anche nuove forme di adesione, come la libera associazione o la possibilità di raggruppare iscritti a circoli territoriali diversi per dar vita a nuove filiere di partecipazione. In virtù di questa idea di Partito, ci sottraiamo a una discussione sul tema delle alleanze elettorali meramente politicista, non ci rassegniamo alla deriva consociativa. Le alleanze che ci interessano sono quelle sui contenuti, con le elettrici e gli elettori, in modo da unire le quattro grandi fratture che ancora attraversano la società italiana:  sociale, territoriale, generazionale e di genere. Tutte le proposte emerse dalla nostra discussione al Lingotto (disponibili sul sito  www.matteorenzi.it) mirano a ricucire queste quattro fratture. Mettendo al centro il concetto di “prendersi cura”. Della persona, del territorio e del futuro.

Prendersi cura della persona

Welfare e salute. Prendersi cura della persona significa innanzitutto proteggere gli individui e le famiglie dalle conseguenze negative della sorte avversa. Affrontare il bisogno per far fiorire le capacità, il merito, sapendo che sotto c’è una rete di sicurezza. Il welfare non deve risarcire la sfortuna ma sostenere la persona e la sua voglia di mettersi in gioco. Protetti dal welfare state, si può osare di più. Bisogna continuare con il lavoro svolto negli ultimi tre anni di governo, rafforzando e completando le misure introdotte, come il reddito di inclusione, e introducendo nuove politiche pubbliche alla luce di tre sfide da affrontare:  povertà, sfida demografica e innovazione tecnologica. Occorre fare di più sul fronte delle politiche per l’occupazione femminile introducendo forme di flessibilità oraria e funzionale sul luogo di lavoro, promuovendo asili nido aziendali e creando le premesse per far fiorire un mercato regolare di servizi alle famiglie. Bisogna poi mettere mano a due riforme epocali per il welfare italiano: la non autosufficienza e gli assegni al nucleo familiare, da rivedere in senso equitativo e universale. Ma prendersi cura della persona significa anche tornare a investire in politiche pubbliche della salute.

Lavoro di cittadinanza. Il lavoro è cambiato profondamente e bisogna rimetterlo al centro dando nuovi diritti. Bisogna andare verso un sistema di formazione legata all’individuo, che segue il lavoratore dentro e fuori l’impresa, proseguire sul solco dell’alternanza scuola-lavoro e concentrare gli incentivi sui giovani: un giovane dovrebbe aver diritto ai primi tre anni di contratto a tempo indeterminato totalmente decontribuiti. Anche le pensioni dovranno adattarsi al mondo che cambia. Pensiamo a una pensione di garanzia, legata agli anni di presenza sul mercato del lavoro, che tuteli meglio i giovani con carriere fragili.

Per una riforma fiscale dalla parte dei giovani e delle donne. È venuto il momento di una riforma complessiva della tassazione dei redditi che dovrà poggiare su due pilastri, sostegno ai giovani e alle donne, e avere un duplice obiettivo: riformare la struttura progressiva e ridurre il carico fiscale sul lavoro e sulla famiglia, superando due disparità di trattamento presenti nel nostro sistema. La prima riguarda l’incapienza (coloro che non beneficiano delle detrazioni per figli a carico perché non pagano l’imposta), la seconda la differenza di trattamento tra lavoratori dipendenti e autonomi, divenuta tanto più iniqua date le modifiche avvenute negli ultimi anni nel mercato del lavoro. Le risorse per realizzare questi interventi non possono che provenire dal percorso di spending review già avviato e dall’accelerazione nella digitalizzazione della PA, oltre che dai recuperi di base imponibile che ancora offrono spazi enormi in un paese ad alta evasione ed elusione come l’Italia. Il governo Renzi ha raggiunto risultati importanti nella lotta all’evasione, ma si può fare ancora molto per far emergere basi imponibili, a partire da quella IVA.

Diritti e legalità. Prendersi cura della persona, infine, vuol dire favorire giustizia, legalità e diritti. Parole chiave nella nostra sfida di cambiamento del Paese. Nonostante gli importanti risultati raggiunti, dalle unioni civili alla violenza di genere, dobbiamo continuare nella direzione di un effettivo allargamento della sfera dei diritti: dallo snellimento del sistema delle adozioni allo ius soli, dal biotestamento al doppio cognome, dal reato di tortura al contrasto ai fenomeni di omofobia e transfobia.

Prendersi cura del territorio

Dalla persona al territorio. Prendersene cura vuol dire innanzitutto investire con forza sulla prevenzione del dissesto idrogeologico, sulla messa in sicurezza anti-sismica e sulla riqualificazione energetica, sulla riduzione del consumo di suolo e sulla bonifica di quello inquinato, sulla rigenerazione urbana. Alle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici che ci derivano dagli impegni internazionali dobbiamo accompagnare un forte impegno verso l’economia circolare: i rifiuti non devono più essere visti come un problema ma come una risorsa, un’occasione per le nostre imprese più innovative e virtuose. In questi anni, infine, abbiamo lavorato per valorizzare, come mai in passato, il ruolo centrale dell’agricoltura nella produzione di beni comuni, nella tutela del paesaggio, nella promozione della nostra distintività. Dovremo rafforzare l’impegno nella tutela del reddito degli agricoltori, nella salvaguardia del suolo, nel rinnovamento generazionale del settore.

Prendersi cura del futuro

Sviluppo economico e Mezzogiorno. Infine, prendersi cura del futuro. È fondamentale ripensare il modello di investimenti pubblici nelle infrastrutture, accentrandone la direzione strategica e l’organizzazione finanziaria per massimizzare l’utilizzo delle risorse a livello europeo, nazionale e internazionale. Bisogna uscire dalla vecchia logica delle privatizzazioni fatte “per fare cassa”, senza un disegno industriale.

Cura del futuro, poi, vuol dire intreccio virtuoso tra ricerca e industria, vuol dire turismo come volano di sviluppo economico (per il quale serve un vero e proprio piano industriale), vuol dire misure dedicate alla ripresa dell’edilizia e sostegno alle esportazioni e al Made in Italy. In questi anni abbiamo detto che le riforme che servivano al Paese erano utili il doppio al Mezzogiorno: scuola, cultura, lavoro, PA, infrastrutture materiali e immateriali. È vero, ma oggi servono politiche differenziate, perché il Sud può e vuole dare di più. Si pensi alla nascita di veri e propri moltiplicatori di successo: Pompei, la Reggia di Caserta, il centro Apple di Napoli, Matera, solo per citarne alcuni. Serve una strategia più ampia che apra anche un confronto in Europa su forme di fiscalità pro-crescita in aree speciali che si affianchino all’uso dei fondi strutturali.

Scuola e università. Prendersi cura del futuro, infine, significa anche e soprattutto investire su educazione e istruzione. Mai nessun governo aveva investito tanto quanto il governo Renzi sulla scuola. Non solo in termini economici (risorse stabili, non una tantum, per 3,5 miliardi circa, ai quali vanno aggiunti gli interventi per l’edilizia scolastica), ma anche in termini di investimento politico. Al netto di alcune scelte sbagliate ed errori nella sua applicazione, la visione di fondo della Buona Scuola è il punto da cui ripartire. È necessario accompagnare il cambiamento della didattica e continuare a incrementare in maniera significativa le risorse per l’università, rafforzandone autonomia e internazionalizzazione.

Cultura. Per noi la cultura è un investimento, non una spesa. È condizione di cittadinanza, è il lievito che riempie gli spazi oscuri che alimentano le paure e la rabbia. Per questo noi vogliamo continuare e rafforzare questo investimento. A partire dai lavoratori della cultura. Teatri, biblioteche, cinema, librerie, sale da concerto, locali della musica sono luoghi del futuro, autostrade del pensiero e della creatività. Intendiamo rafforzare tutte le misure per far crescere le abitudini culturali degli italiani, a partire dalla scuola.  Misure come la carta per la cultura vanno stabilizzate ed estese per far crescere non solo l’offerta culturale ma anche la domanda, il bisogno di cultura.

Innovazione digitale. La rivoluzione digitale è una grande occasione e l’accesso a Internet ad alta velocità deve far parte dei servizi pubblici universali. Ma non basta: è la cultura del digitale, del cambiamento che il digitale porta con sé, che deve essere sviluppata, puntando sulla diffusione delle competenze digitali nelle scuole, sin dal primo ciclo, e in tutti gli organismi della Pubblica Amministrazione.

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