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Debunking/Si possono davvero introdurre dazi contro la Cina per proteggere i prodotti italiani?

23 Feb 2018

Probabilmente se Donald Trump fosse il Presidente del Consiglio italiano non gli verrebbe mai in mente di applicare dei dazi commerciali: perché se va riconosciuto un talento all’attuale inquilino della Casa Bianca è quello di aver sempre avuto uno spiccato fiuto per gli affari. L’economia americana e quella italiana sono molto diverse: la crescita nel nostro Paese è trainata dall’esportazione del Made in Italy nel mondo ed attuare una politica protezionistica sarebbe un’operazione masochista. La cieca imitazione di quanto fa il ‘tycoon’ dimostra di essere una strategia propagandistica senza solide basi che danneggerebbe prima di tutto quegli ‘italiani’ che diverse forze politiche dicono di voler invece mettere al primo posto…

La bilancia commerciale statunitense

Senza voler giudicare l’opportunità di attuare una politica protezionistica, che ormai in un’economia globalizzata come quella odierna appare una soluzione estremamente anacronistica, va detto che il presupposto di una scelta del genere è quello di favorire l’economia interna e rimettere a posto i saldi commerciali che al momento per gli USA sono negativi. Donald Trump infatti ha ereditato un’economia commerciale segnata da anni di disavanzi commerciali: gli Stati Uniti ogni anno importano dal resto del mondo circa 500 miliardi in più di quanto invece esportino fuori, che vuol dire bruciare circa il 3% della ricchezza prodotta.

È davvero protezionismo?

Può essere comprensibile che Trump abbia voluto cercare di porre un freno a questa situazione: tra l’altro, nonostante gli annunci dai toni estremamente propagandistici, fin qui l’amministrazione statunitense ha posto dazi solo su pannelli solari e lavatrici, colpendo le esportazioni di Corea del Sud e Cina. La misura, più che protezionistica, va letta in chiave di lotta alla concorrenza sleale: perché da economie come quella cinese, in cui il costo del lavoro è molto basso, molto spesso vengono messe in pratica operazioni di dumping, cioè di vendita a bassissimo prezzo nelle economie sviluppate, in un primo periodo anche in perdita, per cercare di eliminare le imprese locali che non possono permettersi di allinearsi al competitor.

La locomotiva dell’export

La situazione italiana è diametralmente opposta: dall’ultimo rapporto Ice-Prometea è emerso che le esportazioni del nostro Paese crescono più quelle della Germania ed a trainare la crescita è soprattutto l’export verso i paesi extraeuropei, con un +25,4% in Cina e un +23,1% in Russia, nonostante le sanzioni. L’Italia ha un’economia esportatrice: nel 2016 la bilancia commerciale parla di 51 miliardi di differenza positivo tra quanto è stato esportato e quando invece è stato importato. L’export impatta sul PIL italiano per il 3% del totale. Porre dei dazi significherebbe esporsi alle manovre ritorsive degli altri Paesi ed intraprendere una guerra commerciale che difficilmente l’Italia potrebbe vincere contro giganti come Stati Uniti e Cina.

Questione di diritto

Chi propone dazi dovrebbe innanzitutto sapere che la politica doganale è una materia devoluta alle competenze dell’Unione Europea dalla firma del Trattato di Maastricht nel lontano 1992. Se il governo italiano ponesse in prima persona dei dazi la misura sarebbe totalmente inutile, perché in Europa le persone, le merci e i servizi circolano liberamente e per aggirare l’imposizione basterebbe passare per uno degli altri 27 Stati membri per poi arrivare in Italia. Inoltre il nostro Paese, come la Cina e gli Stati Uniti fa parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che, in virtù della clausola di non discriminazione, vieta a tutti i membri di porre contro uno Stato un dazio più alto di quello applicato ad un altro Stato a meno che non venga rilevata una pratica commerciale scorretta. E Bruxelles, quando ha rilevato situazioni del genere, ha agito contro la Cina anche per difendere il Made in Italy: dagli agrumi alle biciclette, dall’acciaio ai panelli solari, emerge che il 40% delle imprese tutelate dai dazi anti-dumping sono del nostro Paese.

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