La funzione ritardante del Senato, figlia di un’epoca passata

L’Italia è rimasto l’ultimo paese in Europa ad avere un sistema parlamentare di bicameralismo perfetto, con entrambe le camere titolari del rapporto di fiducia con il governo e investite esattamente delle stesse funzioni nel procedimento legislativo. Inoltre, sebbene in seguito alla riforma del 2001 l’Italia abbia conferito alle Regioni significativi poteri legislativi, il Senato non è formato dai rappresentanti regionali, e tale situazione mostra ormai tutta la sua debolezza.

Proviamo a intenderci meglio.

Qual era il contesto politico e istituzionale nel 1948, all’entrata in vigore dell’attuale Carta?

Impossibile scindere la Costituzione dal contesto storico di cui è figlia. La “Costituzione più bella del mondo” è nata dall’esigenza di contrastare forze che avrebbero potuto (e voluto) stravolgere il sistema, restaurando vecchi autoritarismi o affermandone nuovi. L’assetto delle attuali istituzioni repubblicane è permeato dal desiderio di limitare il potere esecutivo: il bicameralismo paritario gettava sabbia nelle ruote della macchina dello Stato per timore di eventuali derive autoritarie. La Camera alta italiana, il Senato appunto, «svolge quella funzione che gli studiosi di ingegneria chiamano di ridondanza e che Mortati all’Assemblea Costituente chiamò “ritardatrice”. Se Paolo è ubriaco, Pietro sobrio ne corregge l’azione» scrive Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, in un approfondimento pubblicato da Assonime.

Perché cambiare?

Dal 1948 a oggi, in Italia, in Europa, nel mondo, sono cambiate molte cose.
Basta esaminare l’agenda dei capi dei governi e dei ministri per accorgersi che la loro attività consiste in larga misura nella partecipazione alle riunioni dei vari organi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, delle Nazioni Unite. «E’ possibile che l’Italia sia rappresentata a queste riunioni da capi di governo e ministri sempre diversi che ruotano circa una volta l’anno?» si chiede sempre il giudice emerito della Corte Costituzionale. A questo si riferivano le parole della ministra Boschi quando ha sostenuto che la riforma può aiutare l’Italia ad avere un ruolo più solido e credibile sullo scacchiere geopolitico, in una fase così complessa come quella attuale. D’altronde, fin da subito, anche autori principali della Costituzione come Piero Calamandrei sollevarono l’importante questione: «di questo, che è il fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità di governo, nel progetto di costituzione non c’è quasi nulla». Stabilità di governo, eh sì, questa sconosciuta. Il governo attuale è il 63esimo della Repubblica italiana, per intenderci in Germania nello stesso arco di tempo ne hanno avuti 24.

In definitiva, a cosa serve la stabilità?

Ad avere visioni di governo e piani a lungo raggio, riforme profonde, esecutivi e maggioranze parlamentari che non temono di inciampare ogni giorno ma che possono programmare la loro azione negli anni a venire, con opposizioni che si preparano a fare altrettanto per il futuro; tutto si riflette sull’economia reale, sulla crescita, sul benessere. La riforma evita che i governi siano in balia di maggioranze asimmetriche nelle due Camere (come accaduto più di una volta negli ultimi venticinque anni), e pone le premesse perché essi possano operare con maggiore speditezza, dovendo dar conto del loro operato solo a un ramo del Parlamento.

E i contrappesi?

Dal 1948 a oggi, in Italia, in Europa, nel mondo, sono cambiate molte cose.
Allora l’unico produttore di norme era lo Stato. Oggi lo Stato, nella produzione di decisioni pubbliche, è affiancato dalle Regioni e dall’Unione Europea. «La funzione di garanzia e di contrappeso che deriva dal pluralismo dei legislatori, che serve anche a tenere a freno la “tirannide delle maggioranze”, tradizionalmente affidata al bicameralismo, oggi è svolta dalle Regioni e dall’Unione Europea a cui lo Stato deve, in un modo o nell’altro, rispondere: infatti, le Regioni possono impugnare le leggi statali davanti alla Corte Costituzionale, mettendo di fatto sotto accusa lo Stato e, quando lo Stato non rispetta le norme europee, l’Unione può mettere sotto accusa governo e Parlamento nazionali. Questi fattori di condizionamento a livello nazionale ed europeo creano contrappesi più efficaci della funzione di ridondanza del bicameralismo. Più efficaci, perché il bicameralismo cosiddetto paritario spesso riproduceva la stessa maggioranza nei due rami del Parlamento, mentre in sede regionale e in sede europea, invece, si formano maggioranze diverse» ci spiega Cassese.

Siamo giunti all’assurdo: quando in Senato c’è la stessa maggioranza della Camera non rappresenta un buon contrappeso bensì una copia ridondante, quando c’è una maggioranza diversa non c’è stabilità. In altre parole, il Senato nella sua funzione di contrappeso è obsoleto e inefficiente, ha senso tenersi oggi solamente la sua funzione “ritardante”?