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Il caso Riina e la lotta alla mafia: serve giustizia, non vendetta

di Carmine Fotia, 6 Giu 2017

Colpisce l’atteggiamento schizofrenico che contraddistingue la discussione pubblica sui temi della lotta alla mafia: retorica traboccante in occasione delle ricorrenze, distrazione quando si tratta di atti concreti che contrastino le organizzazione criminali soprattutto nei territori dove, malgrado l’efficace azione delle forze dell’ordine e della magistratura che ha inferto colpi mortali alle mafie, il loro potere resta ancora forte.

Siamo tutti pronti alle lacrime e all’indignazione di circostanza, ma poi ci voltiamo dall’altra parte, senza capire che la lotta alla mafia richiede costanza, coerenza, e continuità e che mentre noi, cessata la commozione torniamo tranquillamente alle nostre attività, nei territori dove le mafie sono insediate quella lotta deve fare i conti con mille difficoltà.

Prevale, come ha sostenuto sulla Stampa Mimmo Gangemi, autore di bellissimi romanzi sulla ‘ndrangheta, il teatrino.

L’Agenzia per i beni confiscati alla Mafia spostata da Reggio a Roma

L’ultimo episodio in ordine di tempo è la denuncia, che spero non cada inascoltata, del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, circa lo spostamento della sede dell’Agenzia per i beni confiscati da Reggio a Roma, chiudendo anche tutte le sedi decentrate, da Palermo a Napoli.

La misura è contenuta in un emendamento al nuovo codice antimafia che si discute dal prossimo martedì al senato.

La motivazione? Risparmi di spesa e le difficoltà “logistiche” sui trasporti da e per Reggio Calabria. Scrive il sindaco: “Semmai, al contrario, sarebbe opportuno che il governo e il parlamento si interrogassero sui correttivi da apportare, rispetto alla tematica dei trasporti, per rispristinare collegamenti adeguati per la nostra città” e conclude, annunciando battaglia: “Su questi temi, che riguardano il diritto alla giustizia e alla legalità, per un territorio già fortemente provato per via di quel male endemico che rappresenta la ‘ndrangheta, non intendiamo fare un passo indietro”.

Il baciamano al boss

Tutto ciò mentre è ancora calda l’indignazione per il baciamano al boss Giuseppe Giorgi, detto ‘U Capra’, catturato a San Luca, nel cuore dell’Aspromonte, cioè a casa sua, dopo 23 anni di latitanza. Intendiamoci: quel baciamano è inquietante, perché conferma che a San Luca la ‘ndrangheta esercita un potere assoluto.

Tuttavia ho trovato altrettanto inquietante che non si sia sottolineato a sufficienza che quel baciamano, durato qualche secondo ed eseguito  da un parente del boss, non da una folla osannante che non c’era,  fosse l’elemento di contorno, come ha sottolineato giustamente il procuratore di Reggio Calabria, Cafiero de Raho, a una straordinaria vittoria dello Stato che è andato a prendere a casa sua il boss latitante da 23 anni.

In una comunità dove il dominio della ’ndrangheta è ferreo, tant’è che da anni sono sospese le elezioni per evitare che le vincano le cosche. È così da decenni, non da ieri. La novità non è il baciamano, ma la vittoria, finalmente, dello Stato ben rappresentata dall’esultanza degli uomini e delle donne dell’arma dei carabinieri che lo hanno preso, stanandolo come un topo in trappola.

La sentenza della Cassazione su Riina

Nel frattempo c’è l’assurda discussione sulla sentenza della Cassazione che ha stabilito che il boss dei boss, Totò Riina, ha diritto a una morte dignitosa. Mi sembra sbagliatissimo dividersi in un folle derby tra spietati e umanitari. La corte ha riaffermato un concetto che sta a fondamento della nostra civiltà giuridica e cioè che tutti, anche gli autori dei delitti più abominevoli (e Riina lo è), hanno diritto a un trattamento rispettoso dei loro diritti umani.

Vuol dire che ha ordinato la scarcerazione di Riina e il suo ritorno a casa? Niente di tutto ciò: saranno altri giudici a valutare ulteriormente se le condizioni di salute di Totò Riina, affetto da una gravissima malattia, siano compatibili con la detenzione in un carcere di massima sicurezza. L’alternativa non è tornare a casa, ma il ricovero in un ospedale giudiziario.

Mi vengono in mente le cristalline parole del procuratore De Raho, che risponde a chi gli domanda perché i carabinieri che hanno catturato Giorgi non l’abbiano portato via incatenato, in modo tale che il baciamano fosse impossibile: “Non avevano bisogno delle manette per attestare l’autorevolezza dello Stato, inoltre hanno rivelato un’umanità nei confronti dell’arrestato, un rispetto del nemico. La legge, a differenza della criminalità organizzata, ha regole e codici lontani dallo stile tribale della ‘ndrangheta”.

Non sottovalutiamo cosa ci dicono sul piano simbolico le parole sante del procuratore che sta infliggendo colpi mortali alla ‘ndrangheta: che lo stato non può mai perdere la sua umanità, perché se adotta gli stessi principi dei suoi nemici diventa come loro. La legge persegue la giustizia, non la vendetta.

Nella lotta alla mafia c’è dunque anche una formidabile componente simbolica. In nessuno dei due casi citati, infatti, vi sono conseguenze concrete: Riina è moribondo e non comanda più nulla, Giorgi passerà il resti dei suoi anni al 41 bis. E per questo ne discutiamo.

Mi domando allora come non si colga il valore simbolico negativo che avrebbe lo spostamento della sede dell’Agenzia per i beni confiscati da Reggio Calabria.

In Calabria le cose stanno cambiando

Mentre la sua permanenza darebbe respiro e coraggio a tutti quei calabresi che ogni giorno, come dice sempre De Raho, si ribellano: “Le cose stanno cambiando anche in Calabria: finalmente i cittadini cominciano a denunciare le estorsioni e i soprusi subiti dalle cosche, segno che qualcosa finalmente si muove”.

Speriamo che la politica si accorga che sta per commettere un errore micidiale e vi ponga rimedio, abbandonando una scelta che avrebbe un effetto disastroso.

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