La Riforma risolve il problematico rapporto tra Stato e Regioni

Ci sono molti motivi per votare Sì al referendum costituzionale. Se quelli più immediati come la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione del bicameralismo perfetto e la lunga gestazione della riforma (non stiamo parlando di nove mesi ma di più di trent’anni) non bastano, c’è anche il capitolo che riguarda i rapporti tra Stato e Regioni. Ovvero quella grossa fisarmonica che si apre o si riduce a seconda del momento storico, politico e sociale in cui si trova l’Italia. I limiti e i confini tra autonomia e sovranità, del resto, sono per definizione sempre ricontrattati.

Da quando le Regioni sono state attuate nel 1970, tardivamente rispetto al disegno costituente del 1948, da parte dei vari Governi c’è stata una tendenza oscillante tra centro e periferia. La riforma del Titolo V viene approvata dal centrosinistra a maggioranza nel 2001, sia per rispondere orgogliosamente al federalismo della Lega, sia per combattere la delegittimazione della politica a causa della crisi dei partiti. Si è voluto scommettere sulle autonomie per avvicinare l’esercizio del potere pubblico al cittadino. Le Regioni sono diventate i legislatori principali e possono tutt’ora legiferare anche su argomenti di interesse nazionale come l’energia, la scuola, i trasporti, lasciando allo Stato quello che il livello più basso non poteva fare. Questo ha comportato un aumento del contenzioso (a causa dell’accavallamento delle competenze esclusive delle Regioni e di quelle concorrenti con lo Stato) che si è scaricato sulla Corte Costituzionale, ingolfandola di ricorsi più disparati. Il resto è all’onore delle cronache e pian piano arriviamo all’inizio delle inchieste sulle “spese pazze” delle Regioni che ubriacate di competenze, poteri e rimborsi, non hanno saputo essere all’altezza della sfida che avevano davanti. Sono processi complicati che richiederebbero tempo e spazio per essere analizzati ma che alla fine portano alla riforma costituzionale.

Tornano a essere competenza esclusiva dello Stato materie come l’energia, l’istruzione e i trasporti ma soprattutto scompaiono le competenze concorrenti. In questo modo si contribuirà ad alleggerire il lavoro della Corte Costituzionale ma soprattutto sarà garantita più certezza del diritto. Il Governo ha scelto di mettere in campo una semplificazione centripeta perché il regionalismo disegnato dal Titolo V del 2001, per diversi motivi, non ha funzionato. Le condizioni economico-sociali dell’Italia sono mutate e per la prima volta nella storia della Repubblica viene messo in Costituzione il limite agli stipendi dei componenti dei consigli regionali, che dovranno essere uguali a quelli dei sindaci dei capoluoghi di Regione.

La riforma del Senato riequilibra il rapporto tra Stato e Regioni, rendendo più efficiente e chiara la relazione tra centro e Autonomie e le rispettive competenze. La strada è aperta e dipende, ancora una volta, dalle classi dirigenti che guideranno questo processo di rinnovamento, sia a livello nazionale sia a livello locale.