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Riforma delle pensioni e quota 100 finanziata dalle aziende

18 Set 2018

La riforma delle pensioni è probabilmente la sfida più importante del governo giallo-verde. Intento dell’esecutivo infatti è superare la legge Fornero come promesso in campagna elettorale sia dal M5S che dalla Lega. Il problema è come fare.

Fissare i 64 anni come età minima, abbassarla a 62, avere 41 anni o 42 di contributi comporta un costo. Se la priorità del superamento della legge Fornero è riconosciuto da tutti, non altrettanto lo sono le soluzioni ipotizzate e i modi per trovare le risorse. Ma soprattutto la scelta di base è una sola: tutelare i lavoratori e i pensionati di oggi o quelli di domani.

Al momento sono allo studio diverse proposte, tra quota 100, quota 41 e quota 42. Ecco che cosa stanno a significare le varie sigle e che cosa cambierebbe se dovesse essere approvata una di queste ipotesi.

 

Riforma delle pensioni e quota 100

Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale per le politiche 2018 è stato proprio il superamento della legge Fornero con la famosa quota 100.

Secondo questa ipotesi potrebbero andare in pensione anticipata i lavoratori che, tra età anagrafica e contributi versati, abbiano raggiunto quota 100, come ad esempio 60 anni di età e 40 anni di contributi.

Per raggiungere l’obiettivo però l’esecutivo sta ponendo diversi paletti, primo fra tutti quello di prevede tra i requisiti un’età minima di 64 anni e diritti maturati a partire da gennaio 2019.

 

Come finanziare quota 100

Tra le ipotesi previste per reperire le risorse e approvare la riforma delle pensioni secondo la quota 100 si stanno facendo strada anche quelle che prevedono un coinvolgimento diretto delle aziende. Eccone alcune tra le più accreditate.

Quota 100 e superbonus

Per poter fermare quella che potrebbe essere una vera e propria emorragia per le casse dello Stato con l’introduzione della quota 100, il governo starebbe pensando all’introduzione di un superbonus. La possibilità cioè per i lavoratori che, pur avendo raggiunto quota 100, decidono di non andare in pensione e continuano a lavorare di ricevere un bonus. Per questi potrebbe scattare un aumento del 33% sullo stipendio.

Quota 100 finanziata dalle aziende

I tecnici del governo sarebbero all’opera per studiare forme “alternative” di finanziamento di quota 100, provenienti dai vari fondi aziendali.

L’utilizzo di fondi di solidarietà per l’applicazione della quota 100 ai lavoratori senior. Per poterlo sfruttarlo però solo le aziende disposte poi ad assumere giovani lavoratori.

Si tratta di fondi alimentati da un contributo dello 0,5% (di cui i due tersi a carico delle aziende) utilizzabili per anticipare anche di 5 anni pensionamenti stabiliti con accordi sindacali.

Tra i settori interessati il trasporto pubblico, le assicurazioni, il credito e il chimico-farmaceutico.

Il Fondo di integrazione salariale (Fis) è stato attivato nel 2016 e potrebbe essere la base per far accedere a quota 100 diversi milioni di lavoratori. Anche i fondi interprofessionali, partiti nel 2003 con l’obiettivo di finanziare formazione e aggiornamento professionale, potrebbero essere utilizzati per finanziare quota 100 per alcune categorie.

Un altro strumento a disposizione per finanziare la proposta potrebbe essere l’isopensione. Si tratta della disposizione prevista dall’articolo 4 della legge 92/2912 che interessa i datori di lavoro del privato con più di 15 dipendenti. L’isopensione potrebbe finanziare fino a 7 anni di uscita anticipata dei dipendenti in esubero.

Infine c’è l’Ape aziendale utilizzabile dalle aziende fino al 31 dicembre 2019 per finanziare l’uscita anticipata (43 mesi) dei lavoratori con almeno 63 anni di età e 20 di contributi.

Tutte possibilità questo che potrebbero andare a finanziare la cosiddetta quota 100 senza gravare troppo sulle casse dello Stato.

 

Riforma delle pensioni e quota 41

Si tratta di un’ipotesi per la riforma delle pensioni piuttosto difficile da praticare. Se infatti fosse approvata la quota 41, potrebbero andare in pensione tutti coloro che hanno versato almeno 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica.

Una soluzione caldeggiata soprattutto dai lavoratori precoci, ossia chi ha iniziato a lavorare molto presto. Quota 41 prevede condizioni come:

  • la possibilità di dimostrare che prima dei 19 anni si abbia lavorato per almeno 12 mesi che non necessariamente devono essere continuativi ma devono essere effettivi e dimostrabili
  • aver maturato l’anzianità contributiva il 31 dicembre 1995.

 

Riforma delle pensioni e quota 42

Il balletto delle cifre cambia ogni ora e per rivedere la riforma Fornero sulle pensioni si pensa anche a quota 42. Questa proposta prevede la possibilità di andare in pensione con almeno 64 anni di età e 42 anni di contributi.

 

Per il momento l’unica alternativa possibile sembra essere quella che prevede almeno 64 anni di età con 36 anni di contributi.

La discussione sembra essere rinviata alla fine del mese, quando sarà messa a punto la nota di aggiornamento del Def 2019. Ma l’esecutivo ribadisce che la riforma della legge Fornero era e resta per una priorità. Tutto però dipende da come questa riforma verrà attuata e a scapito di che cosa.

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