Riforma Costituzionale e il turismo italiano

Il turismo rappresenta uno dei settori trainanti dell’economia italiana, capace di realizzare (secondo i dati del World Travel and Tourism Council) più del 10 per cento del prodotto interno lordo nazionale (Pil) e di assicurare un’occupazione a oltre 2,6 milioni di persone. Nel solo 2015 hanno visitato il Belpaese più di 50 milioni di visitatori stranieri, i quali spendono durante il tempo trascorso nello Stivale più di 35 miliardi di euro. Va tutto bene, dunque? No, perché in realtà l’Italia non valorizza al meglio le proprie inestimabili potenzialità, mentre altre mete turistiche del mondo (a cominciare dai nostri vicini spagnoli e francesi) da qualche anno ci superano in termini di strategia turistica, di presenze e di ricchezza prodotta. Perché?

Una delle ragioni più citate dagli addetti ai lavori si riferisce all’eccessiva frammentazione delle politiche per il turismo, implementate in modo autonomo, non coordinato e spesso insufficiente dalle singole regioni italiane, senza una strategia unitaria. Questo accade perché, nell’attuale versione del Titolo V della seconda parte della Costituzione, il turismo non è menzionato. Di conseguenza, esso ricade completamente tra le competenze esclusive delle Regioni, cui spetta legiferare su ogni materia non espressamente riservato allo Stato dalla Costituzione. E dunque, ogni regione ha le proprie regole, le proprie campagne di marketing, il proprio piano dei trasporti, la propria strategia per gli investimenti. Ciò non vuol certo dire che lo Stato non possa intervenire, ad esempio attraverso le sue competenze nella gestione dei beni culturali o comunque tramite le variegate competenze statali che si intrecciano con quelle turistiche, ma queste finiscono per essere poco più che “armi spuntate”. Di fatto, quando si parla di turismo non esiste l’Italia, ma venti regioni diverse che vanno in giro per il mondo a promuovere se stesse, spesso in competizione l’una con l’altra, duplicando le risorse impiegate per fiere ed eventi di promozione.

Immaginate di trovarvi in una esposizioni turistica a Chongqing, in Cina, tra meravigliosi e invitanti padiglioni organizzati dalle Marche, dalla Sardegna o dalla Liguria: voi vi sentireste orgogliosi di rivedere tanta bellezza raccontata in quegli stand, peccato che la gran parte dei visitatori cinesi nemmeno sappia dove si trovino queste località! Venti diverse strategie turistiche rappresentano uno spreco di denaro pubblico e inducono confusione nei nuovi grandi mercati di provenienza dei turisti internazionali (soprattutto in Asia) circa l’immagine dell’Italia come destinazione turistica.

Gli altri grandi vulnus sono poi dati dalla carenza di una politica turistica organica, dal nanismo delle imprese attive nel settore turistico, da infrastrutture insufficienti, dalla formazione del personale inadeguata al mercato globale e dalle forti difficoltà ad attrarre investimenti nazionali ed internazionali (nel 2014, gli investimenti di capitale nel turismo sono stati pari a 12,2 miliardi di dollari in Italia, mentre in Francia 41,2 miliardi, in Germania 32,4 e in Spagna 17,9).

La riforma costituzionale ha tra i suoi obiettivi quello di superare la frammentazione, assegnando allo Stato la competenza in materia di “disposizioni generali e comuni sul turismo”, lasciando alle Regioni il compito di dedicarsi alla valorizzazione e all’organizzazione regionale del turismo. E’ un passo in avanti decisivo per arrivare ad una vera e propria strategia nazionale, competitiva con le altre grandi realtà turistiche globali, attenta alla pluralità e alle differenze regionali ma coerente e sinergica.

Abbiamo bisogno, in un settore così importante per la crescita economica e l’occupazione come il turismo, di una riforma che superi le incongruenze, gli sprechi e la frammentazione e consenta finalmente all’Italia di tornare a competere ad armi pari con le altre grandi “potenze” del turismo mondiale. Ne ha bisogno, in particolare, il nostro Mezzogiorno, le cui potenzialità turistiche sono enormi e in gran parte inesplorate.