Italia in Parlamento

Reddito di cittadinanza: e se incentivasse il nero?

di Paola Alunni, 2 Ott 2018

I pericoli che si celano dietro un’iniziativa come quella dell’istituzione del reddito di cittadinanza. In realtà sono già stati evidenziati con chiarezza dalle audizioni fatte durante la scorsa legislatura da sindacati e associazioni di categoria.

Se il reddito di cittadinanza dovesse rivelarsi alla fine solo un intervento spot, fatto per propaganda elettorale senza un approccio organico, non sarebbe risolutivo e il Paese si ritroverebbe in una situazione di forte indebitamento per niente.

Vale allora la pena ripercorrere le osservazioni fatte rispetto ai Ddl 1148/13 (reddito di cittadinanza), 1670/14 (Reddito minimo garantito) e 1697/14 (Salario minimo orario).

Audizioni e memorie presentate nell’arco del 2015/2016 che hanno evidenziato i rischi annessi alle misure.

 

Reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito: le differenze

Le parole sono importanti e quindi va fatta chiarezza innanzitutto su cosa si intende per reddito di cittadinanza, salario minimo garantito e salario minimo orario.

Il reddito di cittadinanza è un sostegno economico di natura integrativa rispetto ad altri redditi, un programma di contrasto alla povertà di tipo universalistico a prescindere dalla situazione economica dell’interessato (con costi insostenibili per lo Stato).

Il reddito minimo garantito interessa tutti i cittadini che si trovino in condizioni economiche particolarmente disagiate, pur avendo magari un lavoro. Lo strumento andrebbe ad integrare il suo reddito per non farlo trovare al di sotto della soglia di povertà.

Il salario minimo orario invece è la somma al di sotto della quale non si può scendere per la remunerazione del lavoratore riferita all’ora lavorativa.

Nell’attesa quindi di capire come sarà strutturato il provvedimento del governo, ecco i rilievi avanzati durante la scorsa legislatura su reddito di cittadinanza e salario minimo.

 

Non confondete il reddito minimo co l’indennità di disoccupazione

Tra le osservazioni ricorrenti avanzate ai Ddl presentati durante la scorsa legislatura c’era quella di non confondere il reddito minimo con l’indennità di disoccupazione.

Si chiedeva inoltre di prestare attenzione alla definizione e individuazione dei beneficiari: introdurre misure complesse ed articolate denunciano l’incapacità dello Stato di esercitare adeguati controlli. Ma soprattutto potrebbero tradursi in un sostanziale impedimento nell’accesso al beneficio.

 

E se il reddito di cittadinanza incentivasse il lavoro in nero?

In linea di massima i sindacati si erano dichiarati a favore di un intervento per introdurre il reddito di cittadinanza, specificando però anche che questo avrebbe dovuto essere accompagnato da una serie di misure come il potenziamento dei servizi sociali, dei centri per l’impiego e da altri interventi per ticket sanitari, scuole e istruzione. Senza i quali la misura sarebbe stata praticamente inutile se non dannosa.

Perché ad esempio avrebbe potuto incentivare il lavoro nero. Lo diceva l’Ugl, in audizione in parlamento nel lontano 2015 parlando delle proposte di legge presentate durante la scorsa legislatura.

Il ragionamento era più o meno questo: L’istituzione di un reddito di cittadinanza in un Paese come il nostro, dove la perdita del posto di lavoro è vissuta come un dramma viste le evidenti difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, rischia di ampliare la forbice tra lavoro regolare e sommerso.

 

Intervento inutile senza investire sui servizi sociali

La Cisl, sosteneva che «per evitare che l’intervento resti confinato nell’ambito assistenziale, determinando disincentivi dal lato dell’offerta di lavoro e prolungando l’esclusione sociale, occorre accompagnarlo con un adeguato investimento sul sistema dei servizi sociali e per l’impiego».

In poche parole la Cisl sosteneva che «il reddito di cittadinanza potrebbe incentivare a restare a casa» creando di fatto un esercito di emarginati.

Al momento servizi sociali e servizi per l’impiego non riescono a svolgere il ruolo a loro richiesto con politiche attive di reinserimento socio lavorativo. Che succederà quando le persone avranno un assegno mensile se rimarranno a casa senza lavoro?

Meglio allora, sosteneva il documento Cisl, pensare ad una legislazione di sostegno al salario minimo, dando valore ai minimi retributivi stabiliti dal CCNL estendendoli anche a tipologie di lavoro come precariato e parasubordinato.

Altra richiesta avanzata ad esempio dai Cobas era quella di introdurre un reddito minimo non necessariamente legato alla perdita del lavoro. Quindi non solo una misura per chi lo ha perso ma anche per chi lavora ma a condizioni molto vicine alla soglia di povertà.

Per molti inoltre doveva essere pensata anche la misura del reddito indiretto, a sostegno di spese come bollette, scuole, trasporti e sanità.

Il Cilap, Collegamento Italiano Lotta alla Povertà dell’European Anti Poverty Network (Eapn) scriveva che il reddito minimo «non è un ammortizzatore sociale ma una misura in una prospettiva di adeguatezza in un’ottica di inclusione attiva». Quindi tra le misure da incentivare bisognava pensare a lavori protetti, a favorire l’economia sociale, favorire percorsi di formazione e opportunità di lavoro adatti ai bisognosi. Ma soprattutto ad individuare misure personalizzate di inclusione attiva per evitare «la trappola dell’inattività».

«Necessaria – si legge nel documento depositato in Parlamento – una migliore cooperazione tra centri per l’impiego, servizi sociali, organizzazioni non profit, introduzione di una figura professionale specializzata nell’accompagnamento delle persone in regime di reddito minimo». Altrimenti si rischia di creare un esercito di inoccupati ed emarginati.

 

Lo studio del Cilap sul Reddito minimo garantito

Il Cilap, che tra l’altro ha studiato la misura attuata dagli altri Paesi europei, ha potuto depositare un documento alcuni indirizzi di policy indispensabili tra i quali:

  • individuare bene i destinatari degli interventi e le conseguenti azioni.
  • Studiare criteri diversi nell’individuazione del soggetto beneficiario (ad es. erogare l’assegno a chi è più responsabile).
  • Pensare ad un percorso inverso dove il reddito minimo, l’accesso ai servizi sociali siano precondizioni necessarie per l’integrazione nel mercato del lavoro e non il contrario.
  • Unire integrazione lavorativa e integrazione sociale
  • Considerare il diritto al reddito minimo e al lavoro come indipendenti l’uno dall’altro.

 

I lavoratori autonomi

Non assimilate i lavoratori autonomi alle imprese. Questa la raccomandazione fatta dalle associazioni rappresentative dei lavoratori autonomi al Parlamento nel 2015.

Non sempre la categoria viene inclusa nelle forme di welfare. Per questo si chiedeva maggiore chiarezza nella definizione dei requisiti di accesso al beneficio per i lavoratori autonomi e per i relativi controlli.

 

E se garantissimo un lavoro anziché il reddito minimo?

La comunità Papa Giovanni XXIII in audizione specificò tra due tipi di solidarietà:

  • quella post-factum, di tipo riparatorio con interventi a sostegno che spesso lasciano intatte emarginazione e povertà
  • e quella ante factum, preventiva, che interviene nella fase di produzione della ricchezza, della cultura e del benessere. Una solidarietà partecipativa che non interviene sugli effetti ma sulle regole del gioco.

Sulla base di questa distinzione la comunità suggeriva quindi di garantire ai beneficiari in età lavorativa non un reddito ma un lavoro.

Tra i documenti presentati c’è anche quello dell’Alleanza contro la povertà in Italia, con soggetti fondatori come Acli, Action Aid, Anci, Azione Cattolica, Caritas, Cgil-Cisl-Uil, Comunità di Sant’Egidio, Conferenza delle Regioni e delle Province, Confcooperative e molti altri.

Nel documento di chiede l’attuazione di un Piano Organico contro la Povertà rifuggendo qualsiasi intervento spot.

 

Reddito di cittadinanza, salario minimo, salario orario minimo, quale la platea dei beneficiari e se si tratterà di interventi spot senza un piano organico. Attenzione a cosa si voterà in Parlamento perché il rischio concreto è che alla fine a ritrovarsi più povera sarà l’Italia tutta.

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