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Per una scuola delle competenze e dell’inclusione

di Mila Spicola, 23 Giu 2017

Abbiamo nella scuola oggi un caleidoscopio di competenze: disciplinari, chiave, trasversali, da far acquisire e normate in periodi diversi e con contenuti diversi, per chi vuol saperne di più uno schema lo può trovare qui ma, in particolare, a un decreto abbiamo dato il nome significativo di “competenze chiave e di cittadinanza” (il decreto sulle competenze chiave e di cittadinanza risale al 2007, governo Prodi e ministro alla Scuola Fioroni).

Su ciascuna di queste competenze lavoriamo dentro il nostro paese con bambini di ogni provenienza e razza e fuori del nostro paese comparandoci vicendevolmente.

Quello che dovrebbe fare la collettività è riflettere e unire i puntini: l’isolamento non può più darsi. Onestamente: uno dei problemi della nostra comunità, rispetto alla propria identità e consapevolezza, è lo Ius Soli o un deficit di conoscenza di molti nostri cittadini nei riguardi delle competenze di base e dei nostri valori come normati dal nostro ordinamento, in primis nella Costituzione? La domanda è retorica.

Perché parlare di valori e competenze di cittadinanza ha un significato e un esito solo se si basano sulla conoscenza necessaria delle nostre leggi, dei valori da cui provengono e del nostro ordinamento e non tutti le posseggono.

Il dibattito pubblico su tanti temi è oggi chiaramente deficitario di tali conoscenze e di tali competenze. Non averle non è sintomo di “genuinità” vs elites che se ne approfittano, no.

La carenza di competenze e il vulnus democratico

Non averle è un vulnus democratico che mina la nostra identità molto di più della presenza di bambini stranieri nelle nostre classi. Ed è di questo che dovremmo preoccuparci come vero pericolo per la nostra democrazia e la nostra identità: del fatto che gli italiani adulti, in una percentuale preoccupante, sono a rischio democrazia e identità, per carenza di competenze e conoscenze di base.

La battaglia dei millennials: conoscere lo Stato per essere cittadini.

Non sembri un cambiare discorso se dico dunque, anche a proposito della discussione sullo ius soli, che la proposta avanzata dai millennials nella Direzione Nazionale del PD per introdurre in tutti i percorsi di scuola superiore lo studio delle leggi, della Costituzione, del nostro ordinamento nazionale e comunitario, in modo più specifico e approfondito, mi trova d’accordo e lo dico da tempo.

Perché nessuna competenza si matura senza conoscenza.  Non è solo una materia quella che dobbiamo introdurre, ma estendere la proposta a un modo di essere, cioè, per dirla in linguaggio scolastico, proporla esattamente come recitano le norme, come una “competenza”.

La presenza ormai costante di tante azioni relative alle competenze di cittadinanza non deve esimerci dal riconoscere come  rimane carente nel nostro sistema scolastico il trasferimento dei saperi specifici in merito a leggi, ordinamento dello Stato, processi politici e giuridici, diritti e doveri e funzionamento dei partiti o dei movimenti. Saperi il cui possesso è diritto di cittadinanza primario.

Conoscere le leggi e il funzionamento dello Stato

La nostra scuola include, la nostra scuola educa, ma la nostra scuola conserva e trasmette in modo adeguato certi temi, oltre che certe pratiche? Perché se faccio delle domande random agli adulti italiani quanti sanno rispondere anche su tematiche semplici ma essenziali per l’esercizio della cittadinanza?

Introdurre un insegnamento di saperi e di conoscenze specifiche sul diritto, sul funzionamento dello Stato e delle Istituzioni, sugli articoli della Costituzione, è necessario.

E non basta ancora, dobbiamo declinare poi quelle nozioni e quei saperi  in modo attivo, come un insegnamento trasversale, come pratica, come sapere agito, in modo da averne tale padronanza da farne azione, da farne “competenza”, fa farne identità.

Molto si fa oggi come pratica trasversale di azioni di cittadinanza attiva, un po’ meno si fa invece riguardo la trasmissione di saperi specifici. Anche se, riconosciamolo, un ragazzo che frequenta la scuola italiana da anni, a prescindere dalla sua provenienza e dal suo passaporto, è sicuramente meglio attrezzato nei nostri valori di cittadinanza e persino nei nostri saperi comuni, rispetto a molti adulti italiani dalla decima generazione o più.

La legge dello Ius Soli

Ripeto qua nuovamente quello che ho scritto altrove, scusate se ripeto e ripeto, deformazione professionale. Quanti di questi adulti italiani sanno che già dal 1992, con la legge Martelli, si è introdotto anche in Italia una variante dello Ius Soli? Già oggi dunque, grazie a questa legge si può optare per la cittadinanza italiana al 18° anno (e solo fino al 19°) essendo nati in Italia e avendo vissuto regolarmente qui; mentre chi è nato all’estero può chiedere e ottenere la cittadinanza dopo 10 anni ininterrotti di residenza. Esiste dunque solo un disallineamento tra chi, figlio di straniero nasce in Italia e chi è nato all’estero. Cioè la legge in vigore dimezza i tempi (10 anni contro 18 anni) per la concessione della cittadinanza a chi è nato all’estero rispetto a chi è nato in Italia.

Ciò che indica la Costituzione

La legge in discussione attualmente è definita “Ius soli temperato” , non basta nascere e vivere in Italia, no. Noi inseriamo un altro vincolo: per essere considerati cittadini italiani non solo si deve essere nati in Italia ed esserci rimasti per 5 anni, ma è obbligatorio aver frequentato almeno 5 anni di scuola in Italia. E’ dunque un sistema misto di Ius Soli (essere nati ed essere stati in Italia per un periodo dato) e Ius Culturae (aver frequentato per almeno 5 anni la scuola in Italia).

Vorrei fosse chiaro: niente di più e niente di meno di ciò che indica la nostra Costituzione che molti difendono senza conoscerla, che molti difendono e tradiscono al tempo stesso e che molti, più semplicemente, non conoscono affatto.

La cittadinanza estesa a chi nasce qui e segue le nostre leggi

Il Parlamento questa volta ratificherà con una legge bella e importante quello che la nostra scuola ha da anni come un valore fondativo e che discende dritto dritto dalla Carta: l’inclusione e valorizzazione delle differenze all’interno di una uguaglianza dei diritti e dei doveri. Sono i nostri valori.

Nulla di più e nulla di meno di quanto recita quella Costituzione che tutti dicono di voler difendere ma che spesso tradiscono per motivi di egoismo economico, politico o sociale.

Anche di questo si parla nella Costituzione, noi combattiamo l’egoismo economico, politico e sociale: siamo uno Stato che agisce nella solidarietà politica, economia e sociale, non nell’egoismo, è scritto testualmente nella nostra Costituzione, chi dice il contrario non solo rinnega la nostra storia ma tradisce la nostra natura e lo fa anche con modalità decisamente lontane dalla nostra civiltà.

La strumentalizzazione della paura

Credo anche che molti sostenitori del no a questa legge non uniscano adeguatamente i puntini per assenza di conoscenza. Ecco perché  dobbiamo togliere anche l’alibi all’ignoranza a quello che si profila essere banale razzismo introducendo nelle scuole scienza e coscienza sulle leggi e le norme e il diritto. Banale razzismo.

Il razzismo è condannato dai nostri comuni valori e dalle leggi, molti italiani mi sa che non lo sanno o fanno finta di non sapere. Come fanno finta di non sapere che è dura sovrapporre interesse personale e valori francescani, egoismo e buonismo, bene e male.

Uso il termine “banale” non a caso. Perché è fin troppo chiaro che di tutto questo, che è radici, identità e valore, alcuni stanno facendo bieco opportunismo elettorale.

 

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