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Pensioni d’oro e soluzioni ad effetto

di Paola Alunni, 19 Set 2018

Tagliare le pensioni d’oro, Con questo diktat il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta che inizierà il suo iter in commissione Lavoro della Camera già la prossima settimana.

Verranno ricalcolate le pensioni d’oro, ossia gli assegni di importo complessivo superiore ai 90mila euro lordi annui. I soldi risparmiati verranno destinati alle pensioni di cittadinanza, vale a dire a rinforzare quelle minime e quelle sociali.

Le pensioni che oggi arrivano a 450 euro mensili verranno innalzate a 780 euro e sarà un segnale importante per la lotta agli sprechi, come ha dichiarato il capogruppo M5S in commissione Lavoro alla Camera, Maria Pallini.

Ragioni solidaristiche dunque alla base dell’iniziativa e lotta agli sprechi i due pilastri che reggono l’iniziativa.

Il testo prevede che vengano ritoccate anche le pensioni degli organi costituzionali e di rilevanza costituzionale.

 

Pensioni d’oro tra pubblico e privato

Il primo problema che si pone con la cosiddetta riforma delle pensioni d’oro è l’equiparazione tra dipendenti pubblici e dipendenti privati. Nel privato chi arriva a guadagnare una pensione sopra i 4500 euro netti mensili è perché probabilmente ha versato tutti i contributi.

Nel pubblico non sempre è così.

Ecco perché il primo scoglio da superare per il M5S sarà proprio quello di convincere gli alleati della Lega circa la bontà del provvedimento che da sempre sostengono le ragioni dell’Italia che lavora, degli imprenditori e quindi anche delle pensioni dei dirigenti del settore privato.

La riforma allora dovrebbe riguardare solo i dipendenti pubblici ma con questa ipotesi la Corte costituzionale non ci metterebbe molto a dichiararne l’incostituzionalità (come tra l’altro ha già fatto).

Se invece si volessero abbandonare gli slogan e fare una vera riforma, si dovrebbe mettere mano mano all’impenetrabile indipendenza dei Palazzi.

 

Pensioni d’oro pubbliche

Quando si parla di pensioni d’oro tornano subito in mente i vitalizi dei parlamentari (che vere e proprie pensioni non sono). Ma accanto alle pensioni d’oro dei parlamentari ci sono quelle dei dipendenti dei Palazzi: usceri, dipendenti, dirigenti di Camera, Senato, Corte Costituzionale e Quirinale. Senza parlare poi dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Se davvero si volesse riformare profondamente il sistema, vitalizi compresi, si dovrebbe allora iniziare con l’eliminazione dell’autodichia, l’autonomia normativa dei palazzi, come affermato en passant anche dal presidente dell’Inps Tito Boeri in audizione davanti al Consiglio di Presidenza del Senato.

Se le regole per stipendi e pensioni fossero uguali per tutti, dal ragioniere del Comune di Orvieto a quello dell’Assemblea Regionale Siciliana fino ad arrivare a quello di Palazzo Madama, si risparmierebbero cifre molto più alte di quelle previste dal taglio dei vitalizi.

 

Pensioni d’oro: la soluzione alternativa e il ddl inascoltato

Un anno fa Felice Carlo Besostri, avvocato e politico italiano, senatore tra le fila dei Democratici di Sinistra dal 1996 al 2001, famoso per i suoi ricorsi contro leggi elettorali come il Porcellum e l’Italicum, presentò alla commissione Affari costituzionali del Senato una proposta di legge. Che  molti hanno pensato bene di lasciare dentro un cassetto.

Il Ddl Besostri non fa altro che prevedere l’istituzione di un fondo di previdenza complementare a capitalizzazione, alimentato dai contributi dei parlamentari escludendo qualsiasi onere a carico del bilancio dello Stato. Una sorta di cassa di previdenza a parte come ne esistono già per alcune professioni specifiche (vedi ad esempio i giornalisti).

Questo risolverebbe il problema del trattamento previdenziale di chi svolge durante l’arco della vita attività pubblica in diverse assemblee elettive come ad esempio il Parlamento e i Consigli regionali.

Se venisse creato un Fondo di Previdenza degli organi costituzionali si abbatterebbe l’incidenza dei pensionati sull’ammontare complessivo dei bilanci delle Camere (oggi è del 50%). Altro che taglio dei vitalizi.

Ma soprattutto si avrebbe molta più trasparenza e uniformità della disciplina.

Una riforma praticabile e concreta che unita all’eliminazione dell’autodichia darebbe davvero un segno di cambiamento. Senza rimanere uno slogan. Resta adesso da vedere se il governo del cambiamento vuole essere davvero un esecutivo che decide di cambiare.

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