Italia al Lavoro

Debunking/ Occupazione: la verità sta nei numeri

di Redazione, 9 Feb 2018

E’ finita al centro delle polemiche, quelle proprie da campagna elettorale, la riforma del diritto del lavoro in Italia, meglio nota come Jobs Act. Se da un lato il mercato del lavoro ha regalato negli ultimi anni numeri di precariato molti alti, dall’altro lato sono gli stessi numeri, di valenza inconfutabile, a spiegare come il Jobs Act abbia invece dato un vero e proprio scossone a certe dinamiche facendo aumentare così i dati relativi all’occupazione.

I dati Istat parlano chiaro: 1 milione di posti di lavoro in più

I dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica fotografano un momento storico molto importante che va dal 2014 ai nostri giorni. E’ in questo lasso temporale, che va dall’approvazione del Jobs Act ad oggi, che sono stati prodotti più di un milione di posti lavoro. La cifra esatta è: 1.029.000. Questo ha comportato anche un calo del tasso di disoccupazione che dal 13% si è abbassato all’11%. E per entrare ancora di più nello specifico si può analizzare la disoccupazione giovanile: il tasso dal 43% si è abbassato al 32,7%.

Il precariato? Sono aumentati i posti di lavoro stabili

A partire dal 2014, da quando cioè è entrata in vigore la riforma, i posti di lavoro stabili sono cresciuti in misura maggiore rispetto a quelli a termine. E sono ancora i dati, scevri di demagogia, a raccontare: il 55% dei posti di lavoro sono stabili, a tempo indeterminato, in altre parole 500mila posti fissi in più. Non solo: il numero assoluto dei contratti a tempo indeterminato è salito rispetto agli anni antecedente il 2014.

Fuori i contratti co.co.pro, avanti ferie e malattie

Vantaggi anche per i “contratti a tempo”, migliorati nella loro qualità grazie alla riduzione delle varie forme contrattuali. In questo senso è stato sfoltito il ventaglio di ipotesi, spesso ridicole, che il datore di lavoro poteva mettere in campo. Limitazioni che hanno “obbligato” a non utilizzare più i vecchi contratti co.co.pro privi di ogni tutela, ma ad adottare formule di contratto a tempo determinato, offrendo tutele come ferie e malattie.

La verità dell’art. 18 sta nei numeri

E’ pensiero diffuso che la reintroduzione dell’art. 18 ridurrebbe i licenziamenti. Secondo Luigi Di Maio, l’art.18  “dovrebbe essere ripristinato nelle imprese con più di 15 dipendenti”, per limitare i licenziamenti. Eppure a partire dal 2014, e dunque dall’inizio della riforma la frequenza dei licenziamenti è rimasta praticamente invariata, ecco i numeri: i licenziamenti di lavoratori con contratto a tempo indeterminato erano circa 570.000 (da gennaio a novembre), nel 2017 sono circa 535.000 (dati novembre 2017).

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