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Muslim ban, dalla Corte suprema prima parziale vittoria per Trump

di Redazione, 27 Giu 2017

Dopo tante sconfitte subite nei tribunali di grado inferiore, Donald Trump incassa la sua prima vittoria sul controverso ‘muslim ban’, il decreto che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sei paesi a maggioranza musulmana.

Dalla Corte Suprema una vittoria parziale

Una vittoria parziale ma significativa, frutto anche del nuovo equilibrio nella Corte suprema, creato dallo stesso Trump con la nomina del giudice Gorsuch. La Corte, con la decisione del 26 giugno, consente l’entrata in vigore temporanea di una parte di quell’ordine esecutivo, in attesa di pronunciarsi in maniera definitiva sull’intera materia. Finora il decreto sigilla-frontiere, riscritto per ben tre volte, non era stato applicato perché diversi tribunali lo avevano bloccato giudicandolo incostituzionale e discriminante.

Muslim ban in vigore con un’eccezione

A partire da giovedì, ovvero 72 ore dopo la decisione della Corte, la misura voluta dal presidente Donald Trump entrerà in vigore. Con un’eccezione: il bando ai visitatori provenienti da Libia, Iran, Somalia, Sudan, Siria e Yemen potrà essere applicato solo “per quegli stranieri che non hanno relazioni con persone o entità negli Stati Uniti”. Familiari o amici di residenti negli Usa, personale di società statunitensi e studenti iscritti a università americane, anche se provenienti dai sei Paesi in questione, potranno quindi ottenere il visto d’ingresso. Nonostante il compromesso, Trump ha esultato per la “chiara vittoria per la nostra sicurezza nazionale. Come presidente non posso far entrare nel nostro Paese persone che vogliono farci del male. Voglio persone che possano amare gli Stati Uniti ed i suoi cittadini, che lavorino sodo e siano produttivi”.

Una questione ancora aperta

Secondo il Washington Post tre giudici conservatori (Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch) avrebbero votato a favore dell’adozione completa del “muslim ban”, perché l’aver previsto singole eccezioni al divieto di ingresso lascia ora «il peso ai funzionari di decidere, in caso di contesa, se gli individui dalle sei nazioni che vogliono entrare negli Usa hanno una connessione sufficiente ad una persona o ad un’entità in questo Paese». Una questione che potrebbe portare a un «fiume di cause legali», anche se, secondo i giudici allineati con l’Amministrazione, alla fine la Corte Suprema darà ragione a Trump.

Nel documento reso pubblico ieri, infatti, si è fatto chiaro riferimento all’utilizzo del bando come misura di sicurezza del Paese ed è lungo questa linea che la Corte Suprema potrebbe leggere l’intera questione. Basti pensare che la decisione di ieri ha esteso il bando d’ingresso a tutti i rifugiati dei sei Paesi a maggioranza islamica, coinvolgendo anche i cristiani siriani (che erano esclusi dalla prima versione del bando) ed eliminando così ogni riferimento religioso.
La questione è però ancora aperta: una corte d’appello continua a considerare il bando discriminatorio contro i musulmani, un’altra lo ritiene contrario alle leggi sull’immigrazione. In attesa della decisione dalla Corte Suprema in autunno, le controversie, quindi, proseguono, con l’appello del direttore di Amnesty International, Margaret Huang, per l’intervento del Congresso: il bando «creerà caos negli aeroporti e, invece di mantenere la sicurezza, demonizza milioni di innocenti».

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