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Macron: il sistema post 2002 funziona anche con un outsider

di Stefano Ceccanti, 19 Giu 2017

La domanda più forte nei mesi scorsi, quando l’astro di Macron ha cominciato a brillare, era il seguente: qualora nelle presidenziali vincesse un outsider, nelle legislative successive il sistema funzionerebbe lo stesso nella logica in cui è stato pensato, cioè per produrre maggioranze sul traino delle presidenziali?

Le due riforme

Infatti dal 2002 sono state sperimentate le due riforme varate nel 2000 per evitare le coabitazioni (nel 1997 era iniziata una lunga e anomala coabitazione quinquennale Chirac-Jospin): quinquennato presidenziale e calendario elettorale in cui le presidenziali precedono di un mese le legislative in modo da tale che gli elettori siano spinti a dare nei collegi una maggioranza al Presidente eletto poco prima.

Dal 2002 si erano confrontati in posizione di vincitori credibili i due poli tradizionali, il centro-destra a guida gollista e il centro-sinistra a guida socialista, pur col terzo incomodo lepenista, capace di arrivare al ballottaggio nel 2002, ma non credibile come vincitore.

I risultati avevano sempre confermato la logica del sistema.

Nel 2002 Chirac prese al primo turno delle presidenziali il 19,9% dei voti e ottenne alla fine il 69% dei seggi all’Assemblea; Sarkozy nel 2007 fece il 31,2% dei voti e il 59,8% dei seggi; Hollande nel 2012 il 28,6% dei voti e il 59,8% dei seggi.

Oggi Macron, che aveva preso il 24% dei voti al primo turno, ottiene insieme al Modem il 60,6% dei seggi, abbastanza in media coi suoi due predecessori più immediati.

Le due elezioni concatenate

Molti scettici non avevano affatto capito la logica delle due elezioni concatenate che invece gli elettori capiscono benissimo: se ho appena eletto un Presidente perché non gli dovrei dare una maggioranza per governare?

Se lo avrò votato andrò naturalmente ai seggi a confermare il voto nel collegio.

Se non lo avrò votato e non sono un elettore particolarmente militante del campo opposto resterò a casa per consentirgli di costruirsi una maggioranza. Caso mai c’è da dire che questa volta i sondaggi diffusi sin dal primo turno delle legislative hanno danneggiato Macron: hanno descritto un esito così sicuro ed ampio che hanno indotto all’astensione anche una parte dei suoi elettori. Del resto come non credere ai sondaggi visto che erano stati precisissimi sino a lì?

I collegi uninominali

Qui sarà anche il caso di non fare un’ideologia dell’elezione nei collegi uninominali, che pur restano il sistema migliore nel creare un rapporto tra eletti ed elettori.

Molti dei candidati di Macron erano almeno stavolta degli sconosciuti e sono stati votati perché erano i suoi candidati, perché gli garantivano una maggioranza all’Assemblea.

Cosa che resta una polizza di assicurazione per il futuro prossimo. Ciò è comunque preferibile al fatto che dei deputati scattino in seguito a un premio su lista, ma la logica non è così diversa come alcune ricostruzioni un po’ ideologizzate vogliano far credere: si tratta comunque di un traino nazionale che può condurre anche ad esiti quantitativi molto più forti di quelli affidati a premi.

In ogni caso, alla fine, questo esito ci riconduce a un semplice dilemma: le democrazie fondate sul rapporto di fiducia funzionano solo in due modi.

O ci sono dei partiti forti, cioè pochi e ben coalizzabili come in Germania, oppure ci sono regole costituzionali ed elettorali forti che surrogano la debolezza dei partiti come in Francia sovrarappresentando la minoranza più forte. Fuori da queste due eventualità c’è solo il declino. Non è difficile, in questa chiave, capire quale sarebbe il sistema più adatto all’Italia.

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