Italia in Parlamento

La sinistra al Brancaccio: ecco perché la lista unica è un errore

di Carmine Fotia, 20 Giu 2017

“La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile.”  Massimo D’Alema deve aver riletto questa frase di uno dei suoi autori preferiti, Sun Tzu (L’arte della guerra), prima di concedere a Daniela Preziosi, sul manifesto, all’indomani dell’Assemblea del Brancaccio, un’intervista che è un vero capolavoro di dissimulazione.

Era successo che su di lui fosse sceso l’anatema sulla guerra “illegittima” nei Balcani, nel corso del raduno promosso dalle nuove icone pop della turbosinistra, Anna e Tomaso, camicia bianca uguale e jeans scuri, che si tengono per mano e inducono allo struggimento sentimentale perché ti viene in mente Lucio Dalla (“poi passa un cane che sente qualcosa li guarda, abbaia e se ne va”).

E per sovrappiù ci avevano aggiunto anche una condanna senza appello per tutta la storia del riformismo del centrosinistra in Italia, tutta roba “neo-liberista”, compresi i governi di Romano Prodi e la terza via di Blair della quale il nostro Max fu in Italia l’alfiere mentre dalla platea saliva una bordata di fischi all’indirizzo di Pisapia (accusato di intelligenza con il nemico, ovvero il Pd, partito definito di destra) che, in sostanza, il dumvirato pop Falcone-Montanari non  ha condiviso “solo perché non so fischiare”, come disse Bettino Craxi dei fischi contro Enrico Berlinguer al congresso socialista di Verona.

Il D’Alema buono e quello cattivo

Immobile come uno soldato dell’armata di pietra, D’Alema aveva sì un po’ sbuffato ma era rimasto eroicamente silente. Ed ora, indossato il saio della penitenza, parla di fischi “inutili”, di “furore iconoclasta, non contro Renzi ma contro tutti”, ma non affonda mai con una delle sue micidiali battute e, come Jessica Rabbit (“Io non sono cattiva è che mi dipingono così”), spiega: “Sono diventato buono, so che i giornalisti hanno nostalgia del D’Alema cattivo e invece, vede, ho ascoltato quelle calunnie sul Kosovo e sono rimasto seduto. In altri tempi mi sarei alzato e me ne sarei andato”.

Se non l’ha fatto è perché ritiene che lì vi sia “una ricchezza di risorse, di militanza, di impegno civile”, perché occorre una sola lista a sinistra ma che avverta anche “l’urgenza e la responsabilità di una sfida di governo”.

L’analisi difettosa

Unità necessaria, secondo Max,  per evitare di consegnare il paese a un’alleanza tra Renzi e Berlusconi o tra Salvini e Grillo. Ora, ci permettiamo di segnalare, con il massimo rispetto, che l’analisi di D’Alema difetta proprio di quella lucidità che un tempo gli veniva attribuita, persino al di là dei suoi effettivi meriti.  Per racchiudere la realtà nel suo attuale Dalemone egli commette due errori che a Frattocchie avrebbero segnalato con la matita blu, ed entrambi hanno a che fare con il non prendere sul serio l’interlocutore.

L’Assemblea del Brancaccio

Il primo errore sta nel pensare che l’Assemblea del Brancaccio fosse composta da ragazzi un po’ indisciplinati da riportare all’ordine.

Quell’Assemblea rappresenta un’anima della sinistra che rifiuta di misurarsi strategicamente con la questione del governo. C’è sempre stato, è vero, un conflitto tra radicalismo di sinistra e riformismo, talvolta, e per poco, mediato nell’esperienza dell’Ulivo.

Nessuno deve dimenticare che il Pd nacque proprio per porre rimedio, con un forte partito riformista, alla degenerazione dell’esperienza ulivista in una coalizione multipartitica e rissosa.

Quanto a questo, l’esperienza del Brancaccio è in piena continuità, come ha mirabilmente scritto Paolo Mieli sul Corriere della Sera, immaginando primarie organizzate “da Pisapia, Montanari, dalla Falcone, da Nicola Fratoianni, Pippo Civati, Marco Rizzo, Maurizio Acerbo (nuovo segretario di Rifondazione comunista), Landini, Fassina e Bersani” che potrebbero condurre la lista “de sinistra” alla medesima sorte che toccò al Psiup (Partito socialista di unità proletaria) nelle elezioni del 1972 quando non riuscì ad entrare nel Parlamento e venne rinominato Partito scomparso in un pomeriggio.

Le liste della sinistra

Quel che Mieli non ricorda è che anche in quel caso vi furono altre due liste a sinistra del Pci: quella del manifesto e quella dei cattolici di sinistra di Livio Labor, nessuna delle quali entrò in parlamento. È dunque comprensibile  che quest’area oggi ricerchi le condizioni per una lista unitaria ma la condizione dell’unità è accettare la logica del Brancaccio.

Gli anni di crisi che abbiamo alle spalle e la rivolta contro le élite gonfiano la protesta e spingono il radicalismo verso  una logica millenaristica e movimentista, alla Podemos, che rifiuta la prospettiva di governo perché ritiene che non ci sia nulla da governare, ma solo da opporsi dal basso alla protervia del capitalismo globalizzato. È la linea del Brancaccio che Michele Serra definisce così: “Ha il grande pregio di essere chiarissima e riposante: nel senso che prelude alla pace eterna della sconfitta”.

Il M5s e lo spazio della protesta

C’è anche da dire che lo spazio della protesta in Italia è stato già occupato dal M5S, come dimostrò il flop di Rivoluzione Civile nel 2013. Può darsi che qualche elettore di sinistra che aveva votato M5S per disperazione possa votare per la lista di Alleanza Popolare? Certamente sì, ma proprio per questo tale lista dovrà avere un profilo che individua nel Pd, con Renzi o senza Renzi, il nemico principale e accentuare i suoi caratteri populisti.  Dire però che questa lista ha dinnanzi a sé la prateria del 60% di No al referendum del 4 dicembre, nel quale sono conteggiati anche  i voti degli elettori del centrodestra, è puro delirio onirico.

Rispetto a questa linea D’Alema non ha nulla da dire se non un generico appello all’unità che appare inattuale perché sono proprio le prospettive strategiche a divaricarsi se si prende sul serio il movimento del Brancaccio. Perciò la sua linea appare puramente tattica: usare la lista unica per sconfiggere Renzi e il Pd per poi far rinascere non si capisce dove, non si capisce con chi, una sinistra di governo che è proprio quello che i movimentisti non vogliono.

Un errore di D’Alema

È questo il nodo che si trova davanti Giuliano Pisapia. E qui veniamo al secondo errore dell’analisi di D’Alema e cioè attribuire al Pd la linea dell’accordo di governo con Berlusconi. Lasciamo perdere le facili ironie, venendo tale critica da un leader che ha governato con Cossiga e Mastella e ha cercato di fare la Bicamerale con Berlusconi. Il punto è che questa non è la linea del Pd di Matteo Renzi.

La proposta del Pd , al di là dei retroscena del teatrino della politica, oggi coincide con quella di Romano Prodi (i cui governi non a caso sono criticatissimi da quelli del Brancaccio): ovvero costruire un centrosinistra riformista e di governo, più vicino a Macron che a Corbyn, che però prenda sul serio le ragioni del radicalismo millenaristico.

Non è l’esigenza di una gigantesca lotta contro le diseguaglianze ad essere sbagliata, ma può essere realizzata solo da un nuovo riformismo di governo che spezzi la gabbia dell’austerità ma dentro l’orizzonte di un neo-europeismo. Listone, coalizione, primarie? Si tratta di dettagli, la sostanza è che a sinistra ci sono solo due strade. Tertium non datur.

 

 

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