Italia in cammino

L’innovazione non è una minaccia ma un’opportunità

di Irene Tinagli, 24 Mar 2017

La paura del nuovo non è nuova

Sono passati circa 250 anni dalla prima rivoluzione industriale, che ha determinato l’avvento dell’industria moderna. Centinaia di figure professionali sono scomparse, eppure non è finito il “lavoro” perché molte altre ne sono nate, così come sono emersi nuovi settori produttivi. Eppure, già all’epoca, molti osservatori, anche economisti illustri, avevano immaginato effetti disastrosi sull’occupazione.

La stessa cosa è accaduta con le successive rivoluzioni tecnologiche e la stessa cosa sta accadendo oggi. Con gli avanzamenti della robotica, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, si è riaffacciata la paura che presto “saremo tutti disoccupati”. E riemergono gli esperti catastrofisti, che motivano il loro pessimismo con l’affermazione che “questa volta è diverso, perché questa volta saranno travolte le professioni non manuali”.

Questa volta è diverso….?

Certo che è diverso. Ogni rivoluzione tecnologica è diversa dalla precedente, e a dire la verità questa non è neanche la prima volta che l’innovazione colpisce i “colletti bianchi”.

L’avvento dei computer e dell’information technology negli anni Settanta ha travolto migliaia di lavori impiegatizi: ragionieri, stenografi, segretarie, archivisti e documentaristi, e molti altri ancora.

Eppure nei soli Stati Uniti, il settore dell’Information Technology che nel 1970 occupava quattrocentocinquanta mila lavoratori, trent’anni dopo ne impiegava quattro milioni e seicento mila, vedendo fiorire al proprio interno una dozzina di figure professionali diverse rispetto al semplice programmatore che esisteva negli anni Settanta.

Lasciarsi andare al catastrofismo non è il modo migliore per impiegare il nostro tempo. La questione da affrontare oggi, invece, è come prepararci alla transizione e come far sì che le innovazioni da minaccia possano diventare una opportunità, agevolando la creazione di nuovo lavoro e rendere meno dolorosa la transizione.

Cosa possiamo fare?

Non possiamo sapere con certezza, oggi, quali e quante nuove occupazioni si creereanno. Ma possiamo fare qualcos’altro. Possiamo ragionevolmente prevedere, già oggi, quali settori e quali occupazioni subiranno maggiormente l’impatto delle nuove tecnologie e quali mansioni sono a maggior rischio di automazione. E su quello possiamo anzi dobbiamo intervenire con delle misure specifiche di formazione dei lavoratori da un lato, e di sostegno agli investimenti innovativi che sostengano la competitività dell’industria dall’altro. Perché se freniamo gli investimenti innovativi (come vorrebbe fare chi propone di “tassare i robot”) rischiamo solo di rendere meno competitive la nostre imprese, e di provocare crisi occupazionali molto più gravi.

Una formazione portabile

Sul fronte degli investimenti il piano Industria 4.0 e la scorsa legge di stabilità hanno già messo in campo misure importanti che andranno monitorate e supportate in futuro. Sul fronte della formazione un ruolo importante sarà esercitato dall’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro creata dal Jobs Act, ma un ruolo altrettanto importante lo avranno i sindacati e le imprese, per far funzionare di più e meglio le attività di formazione che già oggi vengono fatte, con scarsa efficacia, nei luoghi di lavoro.

Sarebbe opportuno che tutti i contratti collettivi riconoscessero, come stanno iniziando a fare alcuni, il diritto soggettivo dei lavoratori alla formazione, e che venissero definiti protocolli e standard più rigorosi per la valutazione dei percorsi e degli enti formatori.

Infine, un’altra misura utile è l’idea emersa ed illustrata al Lingotto e contenuta nella mozione di Matteo Renzi, di una “formazione portabile”, ovvero che segua il lavoratore quando cambia datore di lavoro.

Un modo per tenere pronte e aggiornate le nuove generazioni di lavoratori. L’innovazione arriverà comunque, nascondersi servirà solo ad essere travolti, prepararsi significa invece sconfiggere la paura e aprire nuove opportunità per il futuro.

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