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Gender gap: per l’OCSE le donne sono da sole nella cura della famiglia

7 Mar 2018

Molte donne non condividono le quote rosa, le pari opportunità imposte per legge, la giornata dedicata alle donne: eppure nel 2018 è ancora necessario concentrarsi sulle differenze di genere, anche se sono trascorsi 70 anni da quando in Italia fu riconosciuto il suffragio universale. Gli ultimi dati ISTAT sul mercato del lavoro sono stati positivi, con il record storico per l’occupazione femminile, eppure rimangono problematiche importanti da affrontare, specie nel nostro Paese: le discriminazioni, accentuate ancora di più in ambito lavorativo (rimaniamo al penultimo posto in Europa per donne occupate) e soprattutto la violenza, anche efferata (ha lasciato tutti sconvolti l’ultimo caso di cronaca di Cisterna di Latina), sintomo di una cultura che ancora fa fatica ad accettare l’emancipazione femminile.

Lavoro invisibile

Se diverse classifiche ci vedono piazzati sul fondo, in un recente studio dell’OCSE l’Italia primeggia. L’organizzazione parigina ha evidenziato che le donne dedicano in media al ‘lavoro non pagato’, quello per la cura dei figli, della casa e dei parenti oltre 5 ore al giorno, per la precisione 306 minuti, contro i 131 a cui si fermano gli uomini. L’OCSE specifica che questi dati sono indipendenti dal fatto che la donna svolga un’attività retributiva pagata e fotografano quindi un Paese in cui di fatto gli uomini preferiscono ‘rimanere in poltrona’ una volta che rientrano a casa, mentre alle donne spetta il compito di prendersi cura della famiglia. E’ come se in un centinaio d’anni non fosse successo nulla. Tra l’altro dallo studio emerge un dato ancor più negativo: se le donne sono costrette a svolgere questi incarichi da sole dedicano meno tempo al lavoro pagato o allo studio: 133 minuti al giorno, rispetto ai 221 degli uomini. Forse è anche qui che nascono quelle disuguaglianze che poi, salvo poche eccezioni, proseguono per tutta la carriera lavorativa.

Il tema salute

A Milano intanto ha aperto un’ospedale tutto al femminile, con solo dottoresse e pazienti donne. L’intenzione è quella di offrire un ambulatorio di genere che ponga il benessere delle donne al centro dell’attenzione. Non solo un esperimento curioso ma forse una necessità nel momento in cui c’è chi cerca di mettere in dubbi i baluardi per il diritto più grande di donne e uomini, la salute. Ancora in campagna elettorale e a caccia di qualsiasi voto, il candidato del centro-destra Stefano Parisi ha difeso l’Articolo 9 della Legge 194 sull’aborto, che riconosce l’obiezione di coscienza ai medici, e ha contestato una misura dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti che aveva indetto un concorso per medici non obiettori per garantire alle donne il diritto di abortire in ospedale senza doversi rivolgere a strutture clandestine, data la grande crescita dei medici obiettori. Il problema non va negato perché Italia il 70% dei ginecologi è obiettore, nel Lazio il dato sale fino all’80% e tocca il 93% in Molise. Di fatto solo il 65% degli ospedali abilitati pratica l’interruzione di gravidanza, con il 20% delle donne che è costretta ad emigrare in strutture di altre province o regioni per praticare non un intervento di chirurgia estetica ma un trattamento sanitario che può risultare essenziale per la salute fisica o psichica delle donne.

Il silenzio della politica

Dall’ultimo Gender Gap Global Report l’Italia è alla posizione 82 di 144 paesi per parità di genere, tra l’alto con un brusco calo nell’ultimo anno dovuto specialmente alla poca partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Ma dei tanti temi e numeri snocciolati in campagna elettorale, questo è rimasto ignorato dal programma ‘neutro’ del Movimento 5 Stelle, mentre il centro-destra ha fatto proposte solo per sostenere le ‘madri’, un po’ come se fosse solo questo il ruolo che può avere una donna. Il centro-sinistra risultato perdente aveva proposto 10 giorni obbligatori di congedo di paternità, un sostegno economico di 400 euro per fare acquisti nei primi tre anni di vita dei figli, un’analisi delle retribuzioni ogni 4 anni nelle imprese con più di 50 dipendenti per garantire la parità di salario. Considerando i toni esasperati del dibattito e i difficili equilibri da trovare dopo il voto, sarebbe un segnale importante che le forze politiche trovassero una timida intesa anche solo sulle politiche di genere.

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