Le 4 Banche Popolari salvate dal Governo

Un salvataggio necessario, effettuato al minor costo possibile.

Salvare le banche significa salvare i correntisti e i lavoratori, non i banchieri.

Sintesi del Decreto

Il provvedimento mira a dare tempestiva ed efficace attuazione dei programmi di risoluzione nei confronti della Cassa di risparmio di Ferrara, della Banca delle Marche, della Banca Etruria e del Lazio e della Cassa di risparmio della Provincia di Chieti, tutte in amministrazione straordinaria.

Nota: Per la CE sono incompatibili con il mercato interno, in misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza tra gli Stati membri. Nel nostro caso, se i sistemi di garanzia attuano misure volte a prevenire il fallimento di un ente creditizio, dovrebbero sempre rispettare le norme sugli aiuti di Stato.

Vengono costituiti gli enti-ponte previsti dai provvedimenti di risoluzione delle 4 banche.

Il 22/11/15 la CE ha approvato i piani di risoluzione conformi le norme UE sugli aiuti di stato, considerando che il piano italiano di ricorrere al fondo di risoluzione nazionale, chiamato a erogare 3,6 miliardi alle banche ponte per capitalizzarle e coprire la differenza negativa tra attivi trasferiti e passività, minimizza la necessità di aiuti di stato senza falsare la concorrenza, preservando la stabilità finanziaria. I depositi rimarranno interamente protetti. Le misure prevedono poi un trasferimento di attivi deteriorati dalle banche ponte a una nuova società veicolo per la gestione degli attivi, e il fondo di risoluzione è chiamato a garantire tale cessione, rafforzando in tal modo i bilanci delle banche ponte. Agli enti-ponte così costituiti possono essere trasferiti azioni, partecipazioni, diritti, nonché attività e passività delle banche in risoluzione. Il loro capitale sociale è interamente sottoscritto dal Fondo nazionale di risoluzione.

Vengono poi illustrate le modalità con cui il sistema bancario nazionale somministra al Fondo i mezzi finanziari necessari all’adempimento degli obblighi assunti da prima dell’avvio del meccanismo di risoluzione unico europeo, qualora le contribuzioni già versate non siano sufficienti.

Sono infine illustrate le disposizioni fiscali, con norme sul trattamento delle DTA – Deferred Tax Assets per gli istituti citati, prevedendo che la trasformazione in credito d’imposta delle DTA decorre dall’avvio della risoluzione.

FAQ – PUNTI CRITICI

Q. Perché le quattro banche sono state salvate proprio a novembre e in quel modo?

R. Solo dopo l’entrata in vigore di questo decreto, che ha dato attuazione in Italia alla BRRD (la normativa europea sulla risoluzione delle crisi bancarie), è stato possibile applicare strumenti fino ad allora non previsti dal quadro normativo italiano, quali la banca ponte e la società veicolo per la gestione di attività (bad bank), e soprattutto ricorrere al Fondo di Risoluzione finanziato dalle banche, il cui intervento ha permesso di colmare le perdite non poste a carico di azionisti e creditori  subordinati, consentendo di evitare il sacrificio di molti altri creditori, in particolare degli obbligazionisti e degli altri creditori non subordinati, come sarebbe avvenuto se la risoluzione avesse avuto luogo dopo il 1° gennaio 2016 o se si fosse avviata, in alternativa, la liquidazione coatta amministrativa delle banche.

Q. Perché si è scelto di mettere in risoluzione le quattro banche? Non c’erano soluzioni alternative che avrebbero potuto essere utilizzate per tutelare i portatori dei titoli penalizzati?

Prima del recepimento della BRRD, le Autorità italiane hanno preso in esame soluzioni della crisi delle quattro banche basate sull’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), che non sono state ritenute compatibili con la disciplina sugli aiuti di Stato dalla Commissione europea. Se l’intervento del FITD non fosse stato giudicato aiuto di Stato, il salvataggio delle quattro banche col FITD non avrebbe comportato il sacrificio dei diritti dei creditori subordinati e sarebbe avvenuta valutando le sofferenze delle banche a valori di bilancio.

Un’altra alternativa era la liquidazione coatta amministrativa. In tal caso, azioni e crediti subordinati avrebbero pure subito la svalutazione integrale del loro valore. Inoltre, la procedura di liquidazione, per sua natura, distrugge ricchezza in quanto basata non sulla conservazione delle attività, ma sulla loro liquidazione attraverso azioni di recupero o cessioni sul mercato in tempi brevi e perciò a prezzi necessariamente molto bassi. Questo avrebbe quasi sicuramente intaccato i diritti anche dei creditori non subordinati, compresi i depositi non assicurati e causato la perdita di posti di lavoro. In definitiva, le perdite sarebbero risultate superiori rispetto a quelle emerse con la risoluzione.

La soluzione adottata – certamente non indolore – è quella che, considerati i vincoli e le norme esistenti, ha consentito di minimizzare l’onere dell’intervento, salvaguardando al meglio i diritti dei depositanti e dei creditori.