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Lo ius soli insegnato a scuola, cronaca di una cantastorie

di Francesca Prestia, 20 Giu 2017

In classe, fra i banchi di scuola, si fa politica, ma non quella dei partiti, quella vera.

Tra i banchi di scuola crescono i futuri cittadini e cittadine; si formano le loro intelligenze, il loro senso critico; si sperimentano i sentimenti, le emozioni.

E’ questo quello che faccio ormai da 25 anni, in Calabria, a Catanzaro con una passione sempre più grande; perché in mezzo ai bambini e alle bambine io sono cresciuta molto, io ho compreso meglio la vita e il mondo, io ho migliorato me stessa, io sono diventata una cittadina più consapevole e partecipe.

La scuola come spazio per interrogarsi

Ogni mattina, a scuola, arriva sempre qualcuno con una domanda, un interrogativo riguardante un problema reale, una notizia appresa dal telegiornale. La classe diventa per ciascuno un luogo e uno spazio dove interrogarsi e cercare delle risposte. Sì, perché i bambini cercano le risposte, vogliono delle risposte e da queste risposte dipende la loro crescita in equilibrio con loro stessi e con il mondo.

Durante una lezione di geografia, osservando la cartina della Calabria, un alunno esordisce: “Ecco perché arrivano i gommoni sempre da noi? Siamo vicinissimi all’Africa!”

Hind, la nostra alunna originaria del Marocco, abbassa gli occhi. Mohammed cerca lo sguardo dei compagni per coglierne il pensiero. Myriam assume uno sguardo perso nel vuoto. E’ silenzio. L’aria si addensa di pensieri non detti, non espressi.

E allora chiedo aiuto alla musica, al canto e al cunto, e “mi trasformo” in cantastorie.

“Sapevate che la Calabria fu scelta da Aschenaz, il pronipote di Noè, dopo il diluvio universale? Lui e i suoi discendenti, dopo aver esplorato l’Occidente, la scelsero come loro “suolo” attratti dalla mitezza del clima, dalla bellezza del paesaggio, dalla fertilità della terra. Non c’è città o paese in Calabria che non abbia un quartiere ebraico o una giudecca. Ancora oggi tornano numerosi, ogni anno, a Santa Maria del Cedro, per raccogliere i cedri più belli del mondo, che offriranno al loro Dio, tenendoli stretti nel palmo della loro mano, durante la festa del Sukkot. Li ho visti danzare e cantare la scorsa estate sulle note di Gam Gam Gam ki elekh, Be beghe Tzalmavet … (Anche se andassi nella valle oscura…).”

Con la chitarrina inizio ad intonare il canto. Loro mi chiedono di impararlo, gli piace!

La diffidenza e il timore dall’impero ottomano ad oggi

“Maestra hanno licenziato mio padre. Ci dobbiamo trasferire. Al suo posto ora lavorano due immigrati. Dovrò lasciare la mia classe. Sono triste.”

“La stessa cosa successe circa 600 anni fa, quando per sfuggire dall’Impero turco-ottomano, gli arbëreshë approdarono sulle nostre coste, cercavano un nuovo “suolo”.

La gente li guardò con diffidenza e timore, erano forti e robusti, tenaci lavoratori. Continuavano a parlare la loro lingua, conservavano le loro tradizioni e nei momenti di malinconia si riunivano e intonavano il loro Oj e bukura More. Eppure, non dimentichiamo, numerosi parteciparono ai moti risorgimentali, alla Grande Guerra, alle lotte partigiane e contadine. A Portella della ginestra su 11 contadini uccisi, 7 erano arbëreshë.”

“Maestra ci canti questo canto? Ci insegni a pronunciare le parole?”

“Che significa che siamo stati Magna Grecia? Siamo italiani o greci?”

“Circa 2500 anni fa, tante navi arrivarono sulle nostre coste, in cerca di un “suolo” dove costruire le loro nuove città. Erano greci e scelsero la nostra Calabria, dando vita a Rhegion, Kroton, Sýbaris, Kaulon, Medma… In alcuni paesini dell’Aspromonte ancora si parla una lingua che ha i suoni antichi. Volete sentirli?”

Con la chitarrina battente intono I Agàpi pirìa tu Thiù! (L’Amore è fiamma divina, versi del Cantico di Salomone in lingua calabrogreca).

“Che dolce questa lingua, maestra, ce la insegni?”

La donna eritrea

“Maestra ma i kamikaze possono venire anche qui da noi? Ci sono tanti stranieri che chiedono soldi per strada, ai parcheggi, donne col burca. Le mamme di Hind, Mohammed e Myriam lo portano!”

“Cinque anni fa ho conosciuto Njiat, una donna eritrea. Aveva cicatrici sul corpo. Mi raccontò della sua fuga nel deserto. Della fame. Dell’arsura. Della paura. Della violenza. Lei si era laureata in Economia nel suo paese, ma era scoppiata la guerra.

La volevano costringere ad imparare a uccidere. I suoi genitori, benestanti, vendettero i loro beni e fecero tentare la fuga a tutti i loro figli. Njiat, dopo vari tentativi, ce l’ha fatta.

E’ arrivata in Calabria ed è rimasta. Lavora. Si è sposata. Ha una figlia. E’ felice. E’ cittadina italiana. Torna in Africa a trovare la sua famiglia, ma il suo “suolo” ora è l’Italia.

Sapete cosa mi ha risposto quando le ho chiesto come avesse fatto a sopportare tanta sofferenza? Ezi win yihalif yu. Ezi win krwiew yu. Tutto passa. Tutto passerà.

Ho ricordato mia nonna, quando mi raccontava di suo fratello emigrante in Argentina. Lei nei momenti di malinconia, quando il dolore nel cuore si faceva forte, sulla sua poltroncina, a bassa voce ripeteva: “ Cchjù scuru d’a menzannotta on po’ venira”.

Anche questa volta ho preso la chitarrina e ho intonato Mare Nostrum.

 

 

 

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