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Ius soli: un diritto per il futuro dei nostri figli

di Toni Mira, 17 Giu 2017

Molto spesso tornando a casa la sera in autobus mi capita di ascoltare un vociare di ragazzi. Cadenze romanesche, argomenti e storie sono le stesse di quelle dei nostri figli. Ma a colori diversi. Sono i colori di questa città che malgrado scandali e sacche di intolleranza è capace di accoglienza e integrazione. Roma città aperta. Quei ragazzi sono i figli di questa città, di questa comunità. Sono i nostri figli. È nei fatti e nella storia. Ed è nel loro cuore e nella loro speranza. È il nostro oggi e, soprattutto, il nostro domani. A Roma come nel resto del Paese.

L’orgoglio di sentirsi italiani

Naima, marocchina, musulmana, è mediatrice culturale a Lamezia Terme con la Comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza. Porta il velo ma ragiona da occidentale, più di tante italiane. “Io mi sento italiana“, mi ha detto con orgoglio. Libera, indipendente, aperta e musulmana. I figli, due nati in Marocco e due in Italia, sono più calabresi di tanti calabresi. Liberi di scegliere, ma ancora non liberi di essere italiani. Lo ius soli temperato previsto dalla legge così osteggiata dalle destre, M5S compreso, assieme allo ius culturae non è un regalo, non è una concessione. E neanche un cedimento. È un diritto e anche un investimento, anche in termini egoistici. Ricordiamo che se non torneremo a fare figli saranno questi altri ragazzi, nostri figli, a salvare le nostre pensioni. Anche quelle di chi oggi grida all’invasione. Grida egoisticamente e egoisticamente incasserà la pensione. Senza un grazie a questi ragazzi. Questi sono i fatti. Il resto è solo brutta e pericolosa politica, anzi non politica.

 

La vera inclusione è buona politica e sicurezza

“Su questi temi si vincono e si perdono le elezioni. È tristissimo, penoso, però è così…” mi ha detto in un’intervista sulle recenti polemiche romane monsignor Paolo Lojudice vescovo ausiliare di Roma incaricato della pastorale dei migranti e dei rom, un sacerdote che come è ben noto conosce bene le sue pecore. Questo non vuol dire negare le problematicità di un fenomeno, quello dell’immigrazione, che non può essere più considerato un’emergenza. Va governato con strumenti efficaci, efficienti e democratici. Quello del riconoscimento della cittadinanza è uno di questi. Forse il primo, sicuramente non più rinviabile. Solo così ci può essere vera inclusione. Che vuol dire anche sicurezza. Quella vera, che deve andare di pari passo con quella garantita, e bene, dalle forze dell’ordine. Il resto è propaganda e violenza. Quella dei ghetti, delle periferie, degli accampamenti da sgomberare. Sì, sgomberare come una soffitta o una cantina. Immigrati e rom come cose da buttare. Rifiuti. Non uomini come noi. Diversi comunque. E dall’emarginazione del diverso alla sua eliminazione il passo non è poi così lungo. L’antidoto, un primo importante passo, è il riconoscimento di pari diritti. Il primo e fondamentale è di essere italiano. Uno come noi.

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