Italia in Parlamento

Lo ius soli e i nostri diritti negati

di Insaf Dimassi, 5 Lug 2017

Pubblichiamo la lettera di Insaf Dimassi, una ragazza di 20 anni arrivata in Italia dalla Tunisia quando aveva appena 9 mesi. Ha vissuto nel nostro Paese tutta la sua vita e ora studia Scienza Politiche, si sente italiana ma non ha ancora ottenuto la cittadinanza. 

Nelle ultime settimane chiunque, anche la più disinteressata delle persone, ha sentito parlare della legge in discussione in Senato, lo ius soli temperato e lo ius culturae. In un’era come la nostra, in cui finalmente tutti possono avere accesso alle informazioni senza impedimenti, si è sviluppata anche l’arroganza di poter sentenziare su tutto, anche sui diritti degli altri. Cosa che, francamente, ritengo molto triste.
Non perché io voglia rinnegare il meraviglioso articolo 21 della Costituzione Italiana, anzi: per me il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero rappresenta uno dei muri portanti della nostra società liberal-democratica. Ma alla base della mia tristezza c’è il semplice pensiero che molti hanno di poter decidere sulla vita degli altri, di poter decidere chi ha più diritti di altri, di poter decidere chi è più uguale agli altri, nonostante gli anni passati descrivano una storia comune. È questa l’idea che lo ius soli temperato e lo ius culturae vogliono finalmente superare.

Cittadinanza: cosa prevede la legge attuale


L’attuale legge che disciplina l’acquisto della cittadinanza, la l. 5 febbraio 1992, n.91, predilige il criterio della discendenza per determinare la cittadinanza di un individuo (ius sanguinis), dichiarando implicitamente che la differenza fra un bambino che nasce (da genitore italiano), cresce, si istruisce, soffre, gioisce, pianta la sue radici, costruisce il suo futuro sul suolo italiano e un bambino che nasce (da genitore straniero), cresce, si istruisce, soffre, gioisce, pianta la sue radici, costruisce il suo futuro sul suolo italiano, è il “sangue” che gli circola in corpo.
Il mio riferimento ai bambini non è casuale: nessuno oggi si sognerebbe di dire che un adulto che decide di ricominciare la sua vita in Italia sia equiparabile, in termini di identità e cittadinanza, ad un adulto che qui nasce e qui cresce. È perciò giusto che lo straniero che vuole diventare cittadino italiano per naturalizzazione dimostri di averne i requisiti. Il perché risulta più che evidente: lo straniero adulto è portatore di una cultura, di una lingua, di regole e di valori completamente diversi dai nostri, è indispensabile quindi che egli dimostri di essersi integrato e di rispettare in toto la nostra Costituzione Italiana.
Sarete d’accordo con me se affermo che diverso è il discorso di quel bambino che differisce dal suo amico, dal suo vicino o dal suo compagno di classe solo per il “sangue” che gli circola in corpo.

La mia storia e i miei diritti negati


Quel bambino sono un po’ anche io. Chiamiamola sfortuna, chiamiamola casualità, chiamiamola burocrazia o semplice intransigenza della legge: quando il mio papà più di un anno e mezzo fa ottenne la Cittadinanza italiana, non riuscì a trasmetterla a me perché io ero già maggiorenne da 20 giorni ma alle mie sorelline sì, essendo loro ancora minorenni.
Quando racconto la mia storia, molte persone – esprimendo solidarietà nei miei confronti- hanno affermato la necessità di mitigare il criterio attuale, definendo paradossali situazioni come la mia.
Io invece, non sono d’accordo. Non sono d’accordo perché dietro alla mia storia e a quella di un altro milione di ragazzi che come me sono nati o cresciuti sul suolo italiano, non si nasconde soltanto un cavillo burocratico o una legge troppo severa. Io e tutti gli altri italiani di fatto, ma non sulla carta, abbiamo alle nostre spalle un percorso di crescita, di amore, di identità, di rinunce e sacrifici che viene ignorato, nascosto, seppellito, dimenticando che qui si parla della nostra identità e dei nostri diritti negati, e che quindi le nostre storie dovrebbero essere il centro focale di questa infinita discussione.

Che cosa prevede la legge in discussione


Francamente mi rattrista anche l’avversione che molti hanno nei confronti della legge in cantiere in Senato, la cui causa precisa mi è ignota: forse è dettata da una lettura affrettata della legge, o forse, dalla campagna negativa ed errata che le forze politiche avverse vi hanno costruito sopra. Ancora: forse è dettata da paure infondate quali un’invasione di nuovi baby-cittadini partoriti da clandestini, rifugiati politici o semplici soggetti solo di passaggio in Italia.
È mia premura quindi, ricordare i criteri affinché un bambino nato o cresciuto sul suolo italiano possa diventare cittadino con la nuova legge, richiedendo requisiti differenti rispetto a quelli che si applicano agli adulti, in breve:
– Lo ius soli temperato prevede che diventi cittadino italiano il bambino che nasce sul suolo della Repubblica avendo almeno uno dei due genitori in possesso di un permesso di soggiorno illimitato o in possesso di un permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo;
– Lo ius culturae si riferisce ai giovani che sono arrivati in Italia entro il 12esimo anno di età e che abbiano frequentato regolarmente per almeno 5 anni uno o più percorsi di istruzione e formazione professionale, avendone conseguito una qualifica.

L’integrazione come requisito indispensabile


È evidente come alla base di questi due nuovi criteri vi siano delle finalità e dei requisiti ben precisi: integrazione e contributo allo sviluppo del nostro Paese sono elementi indispensabili per i genitori (per approfondire si vedano i requisiti necessari per ottenere il permesso di soggiorno illimitato) che vogliono crescere un nuovo italiano, interiorizzazione e conoscenza della cultura vengono finalmente riconosciuti come criterio di identità.
A chi, tutt’ora, continua a chiedere che venga applicato un metro di misura della nostra “italianità”, continuo a rispondere fieramente che la nostra esistenza, in quanto nati o cresciuti in Italia, ne è la testimonianza più concreta.
Cari senatori e senatrici, cari concittadini, voglio salutarvi rivolgendovi un appello: ricordate che questa legge non determinerà solo un risultato politico, elettorale o altro, questa legge determinerà il nostro futuro. Per favore, non giocate con i nostri diritti.

 

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