Italia al Lavoro

Giovani e occupazione: una sfida di sinistra

di Marco Fortis, 21 Feb 2017

Nel suo articolo “Due euro e settanta” sul Corriere della Sera del 21 febbraio Massimo Gramellini ha sollevato il problema dei lavoretti sottopagati dei giovani e più in generale del precariato diffuso. E si è chiesto se una delle priorità “di sinistra” di un importante soggetto politico come il PD non dovrebbe essere proprio quella di “ripartire dai diritti” dei fattorini in bici che fanno le consegne, eletti a simbolo degli “sfruttati”. Il problema è indubbiamente serio, sicuramente “di sinistra”. E si è aggravato negli anni recenti per una serie di concause tra cui la principale è la lunga crisi economica che ha attanagliato l’Italia dal 2008 al 2013, a cui si sommano le conseguenze della povertà e delle diseguaglianze che la stessa crisi ha provocato, oltre che l’impatto delle nuove tecnologie sul mercato del lavoro. Si aggiunga il problema dei “voucher”, utili per dare più diritti a chi prima faceva lavoretti, ma indubbiamente da delimitare nel loro utilizzo affinché non diventino un abuso.

Tuttavia, se “di sinistra” è denunciare la povertà, il precariato e lo sfruttamento, altrettanto “di sinistra” è cercare di costruire delle soluzioni concrete ai problemi della società, dei giovani in particolare. Altrimenti si corre il rischio di restare fermi alla pura critica senza avanzare proposte.

Jobs Act e decontribuzioni

Jobs Act e decontribuzioni sono stati molto criticati, ma dall’inizio del 2014 alla fine del 2016 sono stati creati secondo l’Istat circa 600mila nuovi posti di lavoro, di cui grosso modo i ¾ riguardano occupati a tempo indeterminato (dati destagionalizzati delle serie storiche allegate al Comunicato stampa Istat del 31 gennaio 2017). Questa è stata una prima risposta concreta, “di sinistra”, al problema di quel precariato che si era andato enormemente diffondendo già prima dello scoppio della crisi del 2008. E’ vero che il tasso di disoccupazione totale tra il febbraio 2014 e il dicembre 2016 è diminuito relativamente poco (dal 12,85% all’11,99%) in rapporto ai posti di lavoro creati ma ciò è avvenuto perché gli inattivi tra i 15-64 anni sono contemporaneamente calati di ben 695mila unità, le forze di lavoro complessive sono aumentate di 436mila persone e i disoccupati (cioè le persone in cerca di lavoro) sono diminuiti solo di 166mila.

Governo Renzi

Si aggiunga che i nuovi 602mila occupati generati nel periodo del Governo Renzi sono stati ottenuti in una Italia non solo in difficile convalescenza economica ma anche nel pieno di una vera e propria rivoluzione demografica, con un numero sempre maggiore di anziani e meno giovani. Infatti, la popolazione italiana in età lavorativa 15-64 anni è diminuita di 389mila unità dal febbraio 2014 al dicembre 2016: aspetto di cui quasi nessuno sembra essere a conoscenza.

Si tratta di un fatto storico senza precedenti perché nel decennio precedente, dal 2004 al 2014, la popolazione in età lavorativa 15-64 anni era invece ancora ininterrottamente cresciuta di circa 1 milione di persone. Quindi, durante il Governo Renzi, dentro uno scenario demografico completamente nuovo, sono stati creati 602mila posti di lavoro di cui 483mila nella fascia di età 15-64 anni, che nel frattempo subiva una decurtazione della propria popolazione di riferimento di 389mila unità, mentre gli occupati dai 65 anni in su aumentavano nello stesso periodo di sole 119mila unità per effetto dell’allungamento dell’età pensionabile.

In un articolo su Il Sole 24 Ore dello scorso 5 febbraio, ho evidenziato che, al netto della componente demografica, la “performance” occupazionale durante il Governo Renzi è stata non di 602mila ma di circa 840mila occupati in più, di cui 102mila hanno riguardato i più giovani dai 15 ai 34 anni. Un piccolo passo per ciò che riguarda le giovani generazioni, che certamente ancora non basta. Anche perché con la crisi del ceto medio oggi molti più giovani cercano lavoro rispetto all’epoca precedente in cui genitori e nonni avevano molte più disponibilità economiche per mantenerli durante il percorso scolastico e i primi anni post laurea.

C’è dunque ancora molto da fare per recuperare tutti i posti di lavoro persi durante la lunga crisi, soprattutto tra i lavoratori indipendenti (artigiani, piccoli negozi, piccole professioni, ecc.). E per offrire più opportunità professionali ai più giovani. Ma, dopo l’analisi e la denuncia, è “di sinistra” soprattutto continuare sulla strada delle riforme, supportare la ripresa economica, sostenere le fasce più deboli, completare le politiche attive per il lavoro, modernizzare i servizi per l’impiego, sviluppare politiche fiscali favorevoli alla nascita di nuove professioni e nuove imprese. Solo così sarà possibile dare concretezza agli obiettivi di una società più equa e solidale.

(l’immagine in evidenza è tratta da Italia-notizie)

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