Italia in Parlamento

Da Mannoia a Ferilli, l’idillio tra vip e M5s sta per finire?

di Emiliano Liberati, 21 Giu 2017

Se n’è accorta perfino Fiorella Mannoia fervida sostenitrice del M5s  che ieri su facebook , a proposito della legge sullo Ius soli scriveva “avrebbero dovuto votarla, perché ci sono battaglie civili che non si possono ignorare anche solo simbolicamente vanno appoggiate. Dico anche che francamente sono stufa di tutte queste astensioni dei 5S, anche questo fare il pesce in barile”. Meglio tardi che mai. E gli altri? Sabrina Ferilli, Claudio Santamaria, Claudio Amendola, Antonello Venditti, Dado e Fedez.

L’intellighenzia grillina dal retrogusto compagno (almeno nella maggior parte dei casi) rinnova la tendenza a non scomporsi. Nemmeno dopo l’astensione al Senato del M5S sullo Ius Soli, tema cardine di un paese che si apre guardando oltre. Ed un diritto che anzitutto è un valore di democrazia e di normalità.

Il silenzio dell’arte a Cinque stelle

Ma tant’è che nessun altro commento è arrivato da una cultura stellata che è ben altro da ciò che un tempo avrebbe saputo rappresentare. Contribuendo ad una tendenza tenuta insieme da strumenti meno convenzionali, come negli anni in cui la disintermediazione culturale costruiva coscienze e consapevolezze.

I tempi però cambiano insieme a tutto il resto. E tra stupore, disinteresse e, viceversa, piena condivisione dell’atteggiamento stellato, riecheggia il silenzio dell’arte a Cinque Stelle.

Gli immigrati: nemico di turno

Del resto non si può pretendere che chi ha cavalcato l’onda del grillismo per una visibilità da rinnovare, ricordi all’improvviso i cavalli di battaglia delle appartenenze originarie. Una sorta di memoria intermittente che mette insieme le altezze (spesso presunte) di una “sapienza” alimentata anche dai molti che potrebbero avvalersi dello ius soli, con le pochezze di un linguaggio rielaborato per esigenze di pancia. La stessa a cui parlare per fomentare gli animi contro il nemico di turno che si identifica – guarda caso – proprio con gli immigrati anche quando tali non sono.

Ritorna, pertanto, il contegno tipico del “retrogusto compagno” di cui sopra. Un vizio duro a morire anche quando cambia casacca, un doppiopesismo in salsa “dotta” che tace proprio quando dovrebbe parlare. E persino l’idea che di fronte a cotanto imbarazzo, a volte sia meglio scappare. Dando di sé la prova di quello che si è e che non si è più, una differenza enorme difficilmente colmabile. Soprattutto se a provarci sono personaggi assurti al rango di VIP alla ricerca di una rendita su cui restare tali.

Tanto, prima o poi, tutto si dimentica. Forse anche coloro che avrebbero potuto dissociarsi dall’incivile propaganda di un movimento che s’è specializzato negli istinti peggiori. L’esatto contrario di una cultura (o presunta tale) da cui ci si aspetta un messaggio altro, anzitutto in termini di sensibilità.

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