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Cori razzisti: perché il calcio italiano non reagisce?

5 Nov 2019

Dopo i cori razzisti contro Balotelli di domenica scorsa, il giudice sportivo di Serie A ha chiuso il settore Est dello stadio Bentegodi di Verona per una giornata. La società Hellas Verona ha reagito adottando una misura interdittiva nei confronti del capo degli ultras gialloblù Luca Castellini capo degli ultras gialloblù vietandogli di fatto l’ingresso allo stadio fino al 2030. Una decisione presa per le espressioni dell’ultrà “gravemente contrarie ai principi etici e ai valori del club”. 

A fronte però della misura del club calcistico, ci sono altre iniziative molto discutibili come la mozione presentata da quattro consiglieri comunali che di fatto nega i cori razzisti e chiede al sindaco di procedere contro il calciatore Mario Balotelli per aver ingiustamente attaccato la città di Verona. 

 

I cori razzisti negli stadi italiani 

Non è la prima volta che allo stadio Bentegodi si verifica un evento simile; già in occasione di Verona Milan, cori razzisti sono stati indirizzati nei confronti del centrocampista rossonero Franck Kessié. 

All’inizio del campionato, durante Atalanta Fiorentina, l’arbitro Orsato ha dovuto sospendere la partita per i cori razzisti contro Dalbert Henrique, episodio poi refertato e punito dal giudice sportivo. Due domeniche prima però, nessun provvedimento è stato preso durante Cagliari Inter, quando i tifosi si erano scagliati contro l’attaccante Romelu Lukaku, reo di essere forte e di colore. Nel comunicato ufficiale del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea si legge che i versi di scimmia rivolti a Lukaku (segnalati anche dalla Questura di Cagliari) “non sono stati intesi come discriminatori” e che pertanto non potevano essere applicate sanzioni a carico della società di Cagliari. Neanche il club sardo ha preso provvedimenti nei confronti dei suoi tifosi. 

Nella stragrande maggioranza dei casi, raramente in Italia sono stati presi provvedimenti eclatanti contro i cori razzisti.

 

Cosa prevede il regolamento

Il regolamento del campionato di Serie A prevede che in caso di cori discriminatori, il direttore di gara può sospendere la partita, oppure interromperla se la situazione dovesse protrarsi; non si fa riferimento ad un numero minimo di autori dei cori, basta che questi siano percepibili. 

Negli ultimi sei anni si sono verificate solo quattro sospensioni e tutte temporanee a fronte di numerosi episodi. Per far intervenire la giustizia sportiva, il coro razzista deve essere chiaramente percepito dagli addetti, dopo di che il giudice sportivo può decidere tra una sanzione amministrativa al club al quale la tifoseria responsabile dei cori appartiene, oppure decidere per la chiusura del settore da cui i cori sono partiti. Il giudice sportivo però non può prendere provvedimenti nei confronti di singoli tifosi non affiliati perché può agire solo sui tesserati. Il singolo tifoso però, deve rispettare il regolamento degli stadi che, tra le altre norme, vieta forme di discriminazione. Nel 2017 è entrato in vigore il codice etico che permette ai club di punire chiunque infrange il regolamento, ricorrendo anche ai sistemi di sorveglianza. 

 

Le falle del sistema

Il presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, Daniela Stradiotto, è intervenuta in più di un’occasione parlando di profonde carenze e assenze delle società calcistiche e delle leghe, che molto spesso lasciano la gestione alle sole forze dell’ordine. La giustizia ordinaria interviene solo in caso di reati, eppure le manifestazioni di razzismo in luoghi pubblici sono contemplati nel nostro Codice penale. Succede allora che molto spesso quello che a tutti gli effetti è un insulto razzista, venga “declassato” a semplice sfottò, facendo finire tutto in un limbo confuso e amorfo. 

Per il presidente del Cagliari i versi da scimmia rivolti lo scorso anno a Moise Kean (allora giocatore della Juve) furono semplicemente strumentalizzati dagli opinionisti delle Tv. I cori razzisti contro Kessie da parte dei tifosi dell’Hellas erano “soltanto fischi per le decisioni arbitrali”. 

A dicembre dello scorso anno, il Meazza fu sede di uno spettacolo indecente con la tifoseria interista che ricoprì il giocatore del Napoli Kalidou Koulibaly con versi da scimmia; la dirigenza dell’Inter non prese provvedimenti ma si limitò a lanciare una iniziativa contro il razzismo e la discriminazione, molto apprezzata ma poco concreta. La curva dell’Inter, composta da molti esponenti dell’estrema destra lombarda, da sempre sostiene che i cori razzisti sono “semplicemente” sfottò nei confronti di giocatori, al pari di quelli che vengono indirizzati a giocatori con capelli lunghi o rossi. 

 

La posizione dei vertici

La Federazione Italiana Giuoco Calcio nel corso di questi anni non ha mai preso iniziative eclatanti; rispetto alla vicenda di Verona ha minimizzato affermando che i cori provenivano da 20 persone.

Per il presidente del Coni Giovanni Malagò è sbagliato fare “buu” a un giocatore di colore, ma è ancora più sbagliato lasciarsi cadere in area cercando un rigore in maniera scorretta, mettendo praticamente sullo stesso piano il razzismo con la scorrettezza di gioco. 

Le società calcistiche italiane probabilmente non prendono iniziative temendo le tifoserie organizzate: basti pensare alle infiltrazioni che le inchieste giudiziarie stanno facendo emergere nel caso Juventus. 

In altri paesi come l’Inghilterra invece le società hanno preso seri provvedimenti avvertendo gli episodi di razzismo innanzitutto come ostacoli al loro business. Le società sono proprietarie degli impianti di cui hanno la completa responsabilità, hanno interesse a vendere biglietti e a far sì che lo stadio registri il tutto esaurito ogni fine settimana. Più la situazione è calma e controllata, più i tifosi con figli al seguito vanno allo stadio. Basta seguire una partita della Premier League per vedere stadi sempre pieni, cosa che da noi non accade più da anni: i nostri stadi presentano sempre più spesso settori vuoti o addirittura popolati da sagome colorate.

 

I cori razzisti e la politica italiana

La situazione peggiora se si considerano le dichiarazioni degli esponenti politici. Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito cavalcato l’onda, dichiarando che sarà per lui un onore incontrare Liliana Segre, perché “la senatrice a vita avrà sicuramente qualcosa da insegnarmi, Balotelli probabilmente no”. E ancora: “un operaio dell’Ilva vale 10 Balotelli”, spostando l’attenzione dai cori razzisti sul piano personale, confondendo la vicenda dell’Ilva con la questione razzismo.

Ma proprio a proposito della discussione della settimana scorsa, sull’istituzione di una commissione di indagine sull’odio e l’antisemitismo promossa dalla Segre, basta dare uno sguardo alla mozione presentata a Palazzo Madama dalla Lega per capire le dimensioni del problema. 

Il documento 1-00176 che ha come primo firmatario Matteo Salvini sull’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, discusso il 29 ottobre al Senato, esordisce affermando che è difficile ottenere dati precisi sui cosiddetti “crimini d’odio” e in un panorama europeo l’Italia presenta numeri estremamente minori. 

Che il trend in crescita del razzismo in Italia risulta sovrapponibile all’ondata di sbarchi e al fenomeno di immigrazione incontrollata che ha coinvolto il nostro Paese dal 2013 in poi. Il fenomeno antisemita, si legge sempre nel documento, si sta sviluppando prevalentemente in seno alle comunità arabo-islamiche e che il morbo dell’antisemitismo si annida anche in ambienti vicini all’estrema sinistra. 

Il documento afferma in pratica che da un lato dati precisi sui crimini d’odio non esistono, ma che allo stesso tempo questi dati sono in aumento a causa degli sbarchi di immigrati; in pratica se il razzismo aumenta la responsabilità è loro.

Contro i cori razzisti comunque, come ha affermato l’ex c.t. Capello, servirebbero decisioni, non parole.  

 

Cori razzisti: servono azioni concrete

A denunciare per primo il problema è stato Fabio Capello, allenatore della Roma, della Juve, del Real Madrid e della nazionale inglese. “In Italia comandano gli ultrà” diceva nel 2009 e dopo i fatti dei cori razzisti a Verona è tonato a chiedere interventi concreti, evitando ogni volta di minimizzare l’entità delle manifestazioni razziste. 

Bisogna cominciare a pulire le curve, ha aggiunto un altro ex allenatore rossonero, Arrigo Sacchi: “il calcio è il riflesso della vita sociale, della storia e della civiltà di un paese. Abbiamo disconosciuto tutti i valori, non solo nel calcio ma anche nella vita. Mi spieghino perché le curve sono dei porti franchi, bisogna cominciare a pulire le curve”. In Inghilterra lo hanno fatto, il nostro Paese avrà la forza e la convinzione per farlo?

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