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Caso Consip: campagna d’odio e gogna mediatica

di Carmine Fotia, 28 Giu 2017

Della vicenda degli avvisi di garanzia per violazione del segreto d’ufficio sul caso Consip ciò che conta secondo me  non è il coinvolgimento della giornalista Federica Sciarelli, ma quello del pm napoletano John Woodcock. Su di lui non metto la mano sul fuoco, mentre sono convinto dell’innocenza della mia collega.

La manipolazione delle prove

Attendendo con rispetto l’esito delle indagini,  perché garantisti si è sempre e con tutti o mai, va comunque detto che l’inchiesta Consip  in realtà sta facendo venire in luce un gigantesco caso di manipolazione delle prove e di utilizzo della gogna mediatica per colpire l’allora presidente del consiglio, Matteo Renzi, i suoi familiari, la cerchia più ristretta dei suoi collaboratori. Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi lo definisce il Watergate italiano, e secondo me ha perfettamente ragione.

Non credo che Federica Sciarelli c’entri nulla con la violazione del segreto d’ufficio sul caso Consip per il quale è indagata insieme al Pm napoletano John Woodcock e, pare che lo sia ma non è confermato, anche il giornalista del Fatto Marco Lillo perché conosco da tantissimi anni la conduttrice di “Chi l’ha visto?” e so che è una bravissima giornalista scrupolosa e onesta.  Non ci credo e basta. Anche perché certamente se il Pm avesse scelto la sua compagna, che è una famosa giornalista, per far trapelare notizie relative all’inchiesta di cui si occupa sarebbe un pazzo senza criterio.

Credo piuttosto che le cose siano andate come ha raccontato Marco Lillo, autoaccusandosi di aver inguaiato lui Federica, chiamandola per sapere se in un certo giorno Woodcock fosse a Roma, circostanza che avrebbe confermato la notizia che lui stava per dare, ovvero gli avvisi di garanzia per il caso Consip.

La Sciarelli dice che gli farà sapere e poi gli comunica che il Pm le ha detto di non essere a Roma.  Mentendole per coprire le sue indagini delle quali, del resto, dice la Sciarelli, con lei non parla mai.  Non credo sia stata una buona testimonianza di lealtà utilizzare la fiducia di un’ amica per avere, a sua insaputa, la conferma di una notizia. Ma questo attiene alle coscienza di Lillo, e se la veda lui.

E il problema non è neppure che i giornali pubblichino notizie riservate: questo accade da sempre e continuerà ad avvenire, fa parte del nostro mestiere, rischi compresi.

Le intercettazioni telefoniche

Le domande cui dovranno rispondere le inchieste della procura di Roma e il Csm sono molto semplici ma pesanti: è vero o no che il capitano dei carabinieri del Noe, Giampaolo Scafarto, che dirigeva le indagini di polizia giudiziaria per conto del pm Woodcock sul caso Consip, ha manipolato le intercettazioni telefoniche per poter incastrare il babbo di Matteo Renzi e poterlo arrestare?

È vero o no che il medesimo capitano, stavolta a sua detta con l’avallo del Pm,  ha inserito la falsa informazione di un pedinamento dei servizi segreti (che dipendono da Palazzo Chigi) che volevano sabotare l’indagine? È vero o no che ha passato notizie riservate a pezzi dei servizi segreti, per danneggiare alcuni suoi superiori?

Nel caso Consip c’è molto di più del solito  percorso della maggioranza delle inchieste targate Woodcock che generalmente seguono questo ciclo: avvisi di garanzia per personaggi famosi-clamore e gogna mediatica-archiviazione.

Le Procure di Roma e Napoli

Già è gravissimo che sia così, ma in questo caso gli anticorpi sono, per fortuna, all’interno della magistratura e si chiamano Procuratori che non abboccano all’esca della notorietà, giudici che assolvono, Procure che indagano sulle fughe di notizie, Csm che indaga su comportamenti anomali. In generale, tra la procura di Napoli e quella di Roma, emerge una visione alternativa del fare giustizia.

Le domande sono semplici, ma le risposte potrebbero essere terribili, perché si porterebbero dietro nuove domande ancor più inquietanti: perché Scafarto voleva coinvolgere a tutti i costi il padre dell’allora presidente del consiglio nell’indagine? Agì da solo? Se c’erano, chi erano gli altri personaggi coinvolti?

Esiste un network che coinvolge parti di apparati investigativi, giudiziari e dei servizi? È vero che il Pm Woodcock era a conoscenza della manipolazione del rapporto sui servizi segreti operato dal capitano Scafarto?  Il coinvolgimento del padre di Renzi e del ministro Lotti era un primo passo per coinvolgere l’allora presidente del Consiglio? Chi voleva ordire contro Renzi una campagna fatta di ricatti e di dossier?

Intanto, al di là degli aspetti giudiziari, colpisce la vera e propria campagna di odio contro Matteo Renzi che oggi ha segnato un picco con la pubblicazione sul Fatto di una vignetta che ritrae il cadavere del leader dem dentro una bara. Diranno che era satira. È una balla. Descrivere l’avversario come un delinquente, scatenandogli contro qualsiasi accusa e poi ucciderlo simbolicamente: caracther assasination da manuale.

Nell’era dei social quella macabra vignetta diventa parte di un’onda di odio che, muovendosi in perfetta sintonia con la gogna mediatico-giudiziaria e il totalitarismo digitale, inquina i pozzi del dibattito pubblico. Possibile che gli indignati in servizio permanente effettivo non vedano questa gigantesca “mucca nel corridoio”?

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