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Attentati: la società aperta sta perdendo la sfida?

di Alejandro Cifuentes, 21 Apr 2017

Ieri sera Parigi è stata di nuovo vittima di un attentato eseguito da un cittadino di origini belghe, residente in Francia, e rivendicato poi dall’Isis. Sebbene sia un errore tracciare il disegno di un progetto coerente dietro gli attacchi di cellule terroristiche che, differentemente dal passato, agiscono spesso in autonomia e senza un preciso coordinamento internazionale, si può scorgere un legame tra questi tragici eventi nell’odio per l’Occidente e nella riluttanza per i suoi valori da parte di chi, bene o male, in Occidente ci vive.

Allo stesso modo, il voto favorevole dei turchi europei (oltre il 60%) al referendum sull’aumento dei poteri del presidente, che di fatto è una contestazione della cultura democratica liberale in favore di una islamizzazione dello Stato, ci ripropone lo stesso problema: la società aperta sta perdendo la sfida culturale?

La laicità: il caso francese

Il Vecchio Continente si sveglia improvvisamente accorgendosi che ad averlo colpito sono cittadini di nazionalità europea, un dato che ci obbliga a indagare prima di tutto all’interno della società occidentale.

Semplificando possiamo individuare due diverse visioni di integrazione. Da una parte l’approccio “multiculturalista”, il modello inglese, che consiste nell’accettazione dello sviluppo di comunità autonome all’interno delle società, che possono veicolare valori non in linea con quelli della democrazia liberale, a patto che si rispetti la legge. Dall’altra il modello francese, che mira a un’assimilazione cartesiana dell’Islam all’interno dei suoi valori repubblicani.

Modelli ispirati a due diverse fasi dell’impero romano. Il primo assomiglia al periodo pagano dove per essere cittadino a tutti gli effetti bastava riconoscere la legge e rispettarla. Con la cristianizzazione dell’impero diventa necessario abbracciare la Verità dell’unico Dio, e quindi condividere una certa base culturale per essere cittadino romano e non più barbaro.

Per quanto riguarda la Francia, questo tema investe inevitabilmente l’idea di laicità, alla quale è attribuita un’enorme importanza sul terreno della gestione delle problematiche sociali. Pilastro imprescindibile della République, la laicità è il risultato di una determinata concezione della persona, che trova la sua massima espressione nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789; la piena realizzazione dell’individuo non può prescindere dall’emancipazione dei retaggi culturali e religiosi dai quali si proviene per nascita.

Due modelli d’integrazione, due idee di laicità

Come spiega Philippe Portier, storico e sociologo francese, possiamo notare un’inversione di rotta dell’atteggiamento politico nei confronti della questione islamica. Se nei decenni anteriori agli anni ottanta-novanta notiamo una sostanziale indifferenza della politica, da questo momento in poi si osserva un certo interventismo che si muove con fatica tra il riconoscimento delle diversità e il rifiuto di una soluzione multiculturale. È in questo contesto che cominciano a essere adottate una serie di misure finalizzate alla preservazione di uno spazio pubblico neutro.

Per farla breve, dal dibattito sono emerse due contrapposte idee di laicità. Da una parte i sostenitori di un approccio aperto, volto a lasciar spazio alle singolarità religiose e culturali. Dall’altra l’idea che bisognasse distinguere i “diritti delle tribù” dai “diritti dell’uomo”, e che individuava nella scuola il compito pedagogico di educare gli allievi al mondo condiviso della ragione universale, emancipandoli dalle chiusure derivanti dal loro ambiente culturale.

“La scuola pubblica si imposta storicamente in Francia con lo spirito di libero esame, contro l’oscurantismo della chiesa sull’educazione e lo spirito dei bambini. Se altre forme di oscurantismo si alzano, lo spirito libero d’esame resta ugualmente necessario oggi come ieri per la Repubblica. E di conseguenza la laicità”.
(Da un editoriale del 2 novembre 1989 de le Nouvel Observateur, firmato da Elisabeth Badinter, Régis Debray e Alain Finkielkraut)

Questo approccio fece scuola. Le misure politiche che ne seguirono andarono proprio in questa direzione: divieto di indossare il velo nelle scuole, corsi obbligatori di francese, potenziamento dell’educazione civile e via andando.

Dopo i recenti avvenimenti, si potrebbe sostenere che questi tentativi abbiano sostanzialmente fallito. La Francia si scopre drammaticamente vulnerabile e sembra costretta a ripensare i modelli d’integrazione che ha sperimentato finora. È tuttavia lecito chiedersi se la dinamica politico-sociologica sia sufficiente a spiegare il fenomeno.

Meglio martire che escluso

Il sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar spiega che questi attentatori sono spesso giovani che vivono una condizione di esclusione sociale, che hanno interiorizzato un forte odio per la società, e si percepiscono vittime senza una reale prospettiva all’interno della triade “lavoro, famiglia, piena integrazione” che struttura il nostro modello sociale.

L’adesione all’Islam radicale diventa un modo per sacralizzare il proprio odio e per legittimare la propria aggressività. Per quanto riguarda il caso francese gli ingredienti che instradano questo sentimento verso il fondamentalismo sono da ricercare nelle vite marginali delle banlieue, nei periodi di detenzione dove spesso avviene il processo di radicalizzazione, nei viaggi di iniziazione nelle zone di guerra mediorientali e nella prepotente volontà di rottura con la società in cui sono cresciuti questi ragazzi.

“Al malessere sociale e identitario di molti giovani europei, lo jihadismo ha proposto due invenzioni dalla portata straordinaria: la figura del neo-martire, vale a dire una morte sacra che incarna una delirante ed estrema ricerca di sé e la neo-umma, il riferimento a una comunità musulmana globale che non è mai esistita storicamente ma che per questi ragazzi turbati e incerti assume i connotati di un accogliente rimedio alle loro inquietudini”.

Si da uno scopo a chi si sente smarrito. Si passa dal vuoto nichilismo all’opportunità di ricoprire eroicamente un ruolo chiave nel processo storico di affermazione di un ri-trovata comunità di appartenenza capace di negare i valori da cui ci siamo sentiti a nostra volta negati, esclusi. In altre parole la promessa è che “gli ultimi saranno i primi”, qui e ora, e in un certo senso “i primi saranno gli ultimi”.

L’islamizzazione della radicalità

“In breve, questa non è la ‘rivolta dell’islam’ o dei ‘musulmani’, ma un problema preciso che concerne due categorie di giovani, in maggioranza originari dell’immigrazione ma anche francesi ‘di ceppo’. Non è la radicalizzazione dell’islam ma l’islamizzazione della radicalità (…). Il fondamentalismo risulta così la forma del religioso più adatta alla mondializzazione, in quanto assumendo la propria deculturazione, la trasforma in strumento di pretesa all’universalità”.
(Da un libro di Olivier Roy, La Santa Ignoranza, edito da Feltrinelli, 2008)

In un intervento pubblicato da Le Monde, il politologo francese Olivier Roy aggiunge che “i giovani convertiti, per definizione, aderiscono alla religione ‘pura’. Il compromesso culturale non gli interessa e si uniscono alla seconda generazione nell’adesione a un ‘islam di rottura’, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a niente offrir loro un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli”. Giovani in rivolta che in assenza del brand islamista, probabilmente, ne cercherebbero un altro per dimostrare la propria irremovibile quanto confusa dissidenza.

L’odio per la società aperta. Sovranismo e fondamentalismo

Insomma, la convinzione che la società aperta alla lunga vinca sulla società chiusa perché inclusiva, tollerante, libera, garante dei diritti individuali è sempre più messa in discussione.

Siamo di fronte a due fenomeni che hanno qualche punto di convergenza, quantomeno nelle premesse. L’offerta “sovranista” tenta di farsi garante di un’identità patriottica perduta nella rincorsa del modello cosmopolita in cui molti non si riconoscono, con l’obiettivo di capitalizzare il diffuso sentimento di isolamento economico-culturale generato dal progresso.

Sia il populismo sia il radicalismo fondamentalista si appellano ai nemici della società aperta. La proposta politica di chi vorrebbe chiudere le frontiere e mangiare ciò che produce complica la già difficile integrazione – che abbiamo sommariamente descritto sopra – e crea una polarità identitaria: noi/loro; che in fin dei conti è la stessa narrazione usata dall’integralismo islamico per arruolare seguaci.

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