Italia in Parlamento

Analisi di una sconfitta: nessuno ha più voglia di sinistra?

6 Mar 2018

Le urne hanno parlato molto chiaro: il popolo italiano rifiuta la sinistra. Non solo passa il racconto che Matteo Renzi sia stato la causa di tutti i mali, questo avrebbe giustificato un crollo del solo Partito Democratico, ma gli elettori scelgono in massa le forze anti-sistema, euro-scettiche, populiste. Il problema probabilmente non è Renzi né la scissione di Bersani, D’Alema e via dicendo. Sono quelle fasce di popolazione o quelle aree della Penisola storicamente definite ‘rosse’ che non sentono più il bisogno di diritti e giustizia sociale ma cercano una rivoluzione, uno shock. Che sia la flat tax o il reddito di cittadinanza, la garanzia di serietà e concretezza non è bastata, anzi. E’ vero che probabilmente la sconfitta di Marco Minniti è il simbolo di dove stia andando il Paese: piuttosto che votare l’ex Ministro dell’Interno gli elettori hanno scelto un candidato già espulso dal partito che lo ha candidato, che forse rinuncerà alla candidatura o più probabilmente vagherà in Parlamento per cinque anni alla ricerca della posizione più comoda. Questo è lo specchio di un’Italia, ma anche di un’Europa, in cui continua a crescere il malcontento di una parte di popolazione che ha voglia di estremismo. Al momento, quindi, si può solo stare a guardare, sperando che i ‘rigurgiti’ razzisti, intolleranti e sovranisti siano stati solo slogan elettorali…

Il caso del Lazio

Il centro-sinistra, ma in generale le forze moderate, sono riuscite a resistere solo alla Regione Lazio, dove Nicola Zingaretti ha vinto di un soffio sul candidato di destra Stefano Parisi. Non perché il Lazio rappresenti un’eccezione rispetto al resto della penisola ma probabilmente perché gli altri due candidati erano troppo poco estremisti. Parisi veniva dalla sconfitta alle comunali di Milano e da milanese dell’alta borghesia non poteva certo rappresentare quella destra urlatrice incarnata da Matteo Salvini. Roberta Lombardi del M5S aveva provato con il suo ‘famoso’ manifesto elettorale (più turisti, meno immigrati) ad intercettare quell’elettorato lasciato a spasso dalla coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni, ma senza un sostegno forte del Movimento (qualcuno ricorderà i dissapori con la sindaca Raggi) è stata condannata alla sconfitta. E questo la dice lunga sulla prima forza politica d’Italia, che manda al macello tutti i volti che hanno tentato di essere una voce fuori dal coro.

Dove ripartire

L’interrogativo a cui rispondere non è tanto che cosa succederà nell’immediato futuro ma quali sono le prospettive da qui alle Elezioni Europee che si svolgeranno tra un anno e via via con le altre scadenze elettorali. Il problema è capire se la sinistra ha ancora spazio nel Paese, se è capace di tornare a raccogliere consenso. L’analisi più facile è quella che questo sia stato un voto di protesta: i moderati di destra al Nord hanno votato Salvini, quelli di sinistra Di Maio. Ma se si allarga la prospettiva a tutto lo scenario europeo risulta ormai difficile trovare i ‘moderati’, il ‘centro-sinistra‘: salvo Regno Unito e Portogallo tutti i movimenti di sinistra stanno vivendo una profonda crisi. I social-democratici tedeschi stanno pian piano scomparendo, con un’AFD sempre più forte. Nell’Europa dell’Est si alzano muri anti-migranti, è il caso dell’Ungheria di Orban, o si cerca di riformare la Costituzione per limitare il potere della magistratura, come nella Polonia di Morawiecki. Spira un vento di estrema destra, sospinto dal timore del fondamentalismo islamico. Non si può più pensare ad un’analisi che si fermi ai confini nazionali: la prova è data dal fatto che un’utopica ‘sinistra unita’ avrebbe fatto il 23%. E allora bisogna chiedersi come riformare la sinistra, come tornare a rappresentare quell’elettorato che ha voltato le spalle. E’ evidente che serva una risposta più incisiva su quelle che sono le piaghe più grandi del Paese: disoccupazione, disuguaglianze, bisogno di sicurezza. E il tutto va conciliato senza rinnegare il passato e quanto fin qui è stato fatto, perché è impensabile pensare che quel 18% di elettori che ha dato fiducia alla Lega sia contro le unioni civili, o condivida le battaglie di Salvini sui dazi doganali o sulla presunta omosessualità di una principessa Disney.

Opposizione responsabile

E’ chiaro che nell’immediato futuro la sinistra sia destinata a rimanere fuori dai giochi: i vertici del PD hanno fatto sapere che per la prossima legislatura il partito sarà all’opposizione. E’ scorretto cogliere questa scelta come un cieco ostruzionismo: semplicemente è il risultato delle urne che ha consegnato una sinistra minoritaria. Dopo cinque anni intensi di governo la scelta può anche spaventare ma è fondamentale per la sopravvivenza della sinistra stessa farsi da parte, riflettere sugli errori, lasciare ad altri quelle ‘poltrone’ tanto odiate. Perché è parte del gioco politico vincere e perdere le elezioni e adesso toccherà ad altri mantenere le tante, troppe, promesse fatte in campagna elettorale. La sconfitta era prevedibile già da diverso tempo ed è tradizione italiana bocciare le forze politiche che hanno governato: l’errore sarebbe leggere questo ‘flop’ come una tempesta passeggera e risolvere la situazione scomparendo per un po’ di tempo dalla scena per poi tornare e presentarsi come novità. Questo schema l’abbiamo già visto e ci sono altre forze politiche sicuramente più abili a ‘camuffarsi’. L’obiettivo deve essere cercare di sopravvivere iniziando un serio processo di riforma: non cambiando i volti ma rinnovando i contenuti attraverso un serio dibattito che apra a tutte le forze. Qui si può cercare di intravedere la luce in fondo al tunnel: toccato il fondo si può comunque cercare di ripartire dal dialogo democratico, l’unica certezza che rimane in un tempo in cui la principale forza politica del Paese decide il proprio indirizzo politico consultando gli iscritti ad un blog. C’è chi ha costruito un progetto sull’odio e l’intolleranza e chi ha promesso una rivoluzione epocale nel giro di due mesi di governo: prima o poi dovrà arrivare un confronto sui contenuti. E la speranza è che al quel punto le idee, la competenza e i valori tornino protagonisti.

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