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Amministrative: un voto all’insegna della discontinuità

di Carmine Fotia, 26 Giu 2017

Se si vuole analizzare seriamente il risultato di questo turno delle elezioni amministrative bisogna lasciare da parte la vertigine del successo e la depressione della sconfitta da parte degli esponenti politici e la difesa preconcetta delle proprie opinioni senza tenere conto dei fatti, da parte degli opinionisti.

Gli aspetti da esaminare sono molteplici: quantitativi, simbolici,  locali, e ciascuno di essi fornisce indicazioni diverse, che andrebbero pese sul serio e analizzate per quel che sono per trarne opportune indicazioni.

I numeri delle amministrative

L’aspetto quantitativo.  Facciamo parlare i numeri: 67 vittorie del centrosinistra, 59 del centrodestra, 8 del M5S, 2 al centro, 20 alle liste civiche, 2 alla sinistra;  questo dicono i dati aggregati del voto di questa tornata amministrativa, compreso il primo turno, nei comuni sopra i 15.000 abitanti.

I numeri dunque ci mostrano una situazione in equilibrio, con un centrodestra in rimonta (perché ha conquistato 10 nuove amministrazioni), un centrosinistra in affanno ma non in rotta, la sostanziale marginalità del M5S.  E con “roccaforti” che cadono da una parte e dall’altra: Genova a  sinistra (ed è certamente il tonfo che produce più rumore), ma anche Lecce, governata dalla destra per vent’anni.

Le cose cambiano però se consideriamo l’aspetto simbolico. Da questo punto di vista i dati dicono che il centrodestra porta a casa la partita, vincendo in storiche roccaforti del centrosinistra come Genova, Sesto San Giovanni e Pistoia.

Sono la prova di un centrodestra in buona forma e competitivo e soprattutto di un centrosinistra che, dove viene da una lunga esperienza di governo senza essere in grado di rinnovarsi, cede il passo a un’alternanza che ormai nelle città è diventata fisiologica.

Finito il tempo delle roccaforti

Onestà vuole che si dica che il tempo delle roccaforti, delle Stalingrado è finito sin dai tempi di Giorgio Guazzaloca che espugnò la rossa Bologna alla guida del centrodestra nel 1999.  E che al momento della sua morte è stato salutato da un omaggio bipartisan, a conferma del fatto che l’alternanza al governo delle città produce o dovrebbe produrre un generale incivilimento della battaglia politica quando gli schieramenti che si contrappongono sono tutti dentro la logica della democrazia rappresentativa.

L’irrilevanza del M5s

E qui veniamo all’altro aspetto simbolicamente decisivo e cioè la sostanziale irrilevanza del M5S che non è arrivato al ballottaggio in nessuna città importante.

Il primo schiaffo in faccia, dunque, l’ha preso Beppe Grillo quindici giorni fa. È un risultato che ci dice molto sulla qualità della classe dirigente che il M5S riesce a schierare nei territori, pari a zero, salvo qualche isolata eccezione. Vince, quando vince, come  a Roma o a Torino, quando il voto assume un valore politico generale di protesta, ma quando deve misurarsi con i problemi insieme concreti e complessi delle città non toccano palla. E non per un complotto di qualcuno ma perché i cittadini non si fidano di amministratori tipo Virginia Raggi: automi controllati dai vertici di una setta costruita intorno al totalitarismo digitale.

L’aspetto locale è forse il più interessante da valutare. Anzitutto per il centrodestra, e in particolare per Forza Italia,  che sembra aver superato un gap di rappresentatività locale cui durante l’era berlusconiana suppliva il carisma del leader.

Era già successo a Venezia, ora succede a Genova ma anche altrove: il centrodestra riesce a selezionare una classe dirigente credibile che rappresenta una alternativa concreta al centrosinistra.  Ma lo stesso discorso può essere fatto per il centrosinistra dove, più che le alchimie politiche e la somma delle sigle, sembra contare un’alleanza con il civismo, sia che si presenti con il volto di un vecchio leone come Leoluca Orlando a Palermo, che con quello nuovo di Sergio Giordani a Padova.

Nella città del Santo il candidato del centrosinistra partiva con oltre dieci punti di svantaggio che ha recuperato grazie all’alleanza con il candidato civico progressista, Arturo Lorenzoni, che sarà il suo vicesindaco.

Quanto detto finora non vuole affatto negare che esista un significato politico di questa tornata di elezioni amministrative, tutt’altro: solo che non lo si trova in un’automatica proiezione dei risultati sulle prossime elezioni politiche, anzitutto perché non sappiamo con quale elegge elettorale si voterà, cioè se sarà proporzionale, se consentirà o no le coalizioni; in secondo luogo perché centrodestra e centrosinistra sbaglierebbero a supporre che alle politiche per il M5S andrà allo stesso modo: il fatto che i grillini non siano credibili come forza di governo frena la loro corsa ma conserva lo zoccolo duro della rabbia e della protesta e poi è probabile che  non si ripeterà l’enorme tasso di astensione di questa tornata di amministrative.

Considerare dunque che la performance negativa del M5S possa ripetersi tal quale a livello nazionale sarebbe sbagliato. Il dato rilevante è politico, non numerico: quando centrodestra e centrosinistra sono competitivi nell’offerta politica e di classe dirigente il M5S diventa marginale. Anche se il centrosinistra deve riflettere sul fatto che sembra esistere una maggiore contiguità tra una parte degli elettori grillini e quelli del centrodestra, soprattutto quando è a trazione leghista.

L’esempio delle elezioni del 1994 e del 2012

Per il centrodestra il risultato è positivo da qualunque parte lo si osservi, ma attenti alle semplificazioni. Possiamo infatti ricordare almeno due elezioni amministrative dove, a parti rovesciate, trionfò il centrosinistra e poi invece le elezioni politiche furono vinte (o quasi) dal centrodestra: quelle del 1993 cui seguì la marcia trionfale berlusconiana del 1994, e quelle del 2012, cui seguì la catastrofe elettorale di Pierluigi Bersani.

Il problema della traduzione politica nazionale di una coalizione che veda la Lega in funzione trainante è un problema per Berlusconi ed è probabile che una simile alleanza potrebbe attrarre elettori grillini ma farebbe perdere elettori moderati: non sarà facile tenere insieme chi, come la Lega, considera il M5S come un possibile alleato e chi, come Berlusconi, pensa che siano gli avversari da battere.

Una legge elettorale proporzionale sarebbe perfetta, per conciliare gli estremi, ma al momento non c’è.  Mentre se c’è un certo vincitore politico dentro Forza Italia è Giovanni Toti, che sembra il front-runner di una coalizione forzaleghista a trazione populista. Ovvero l’esatto opposto di quel che vorrebbe Berlusconi.

I problemi del centrosinistra non riguardano solo il Pd: sia dove si è vinto, sia dove si è perso il Pd non ha mai corso da solo, ma sempre in coalizioni allargate.

E la sconfitta che brucia di più, quella di Genova, appartiene tanto Pd di Renzi quanto al Campo Progressista di Pisapia. Certamente non ha aiutato l’immagine rissosa del Pd e la guerra campale in corso da sinistra contro Renzi. Continuare a parlare solo di formule e alleanze non mi sembra la risposta giusta. Se c’è una lezione politica che queste amministrative consegnano è proprio l’opposto.

Un baricentro riformista

Pisapia dovrebbe rendersi conto che il centrosinistra senza il Pd non esiste, e che il Pd e il centrosinistra devono avere un forte baricentro riformista: riuscirà a convincere i suoi riottosi alleati?

Il Pd dovrebbe invece essere consapevole che l’allargamento al civismo  organizzato è la via maestra per costruire un riformismo di popolo che superi le angustie e la litigiosità del vecchio centro-sinistra: riuscirà Renzi a metter da parte ras e notabili che sono l’ostacolo principale?

L’allargamento politico che chiede Orlando è sensato ma, per non ripetere gli errori dell’Unione,  dovrebbe accompagnarsi a questa apertura alla società e a pochi punti di programma condivisi.

E invece di litigare su nomi e sigle sarebbe meglio promuovere mobilitazione civile e discussione nel paese su ciò che unisce i progressisti, a cominciare dallo Ius Soli. Una battaglia difficile, che affronta una delle sfide che dividono destra e sinistra in tutto il mondo con una linea che si ispira ai valori della sinistra ma che non trascura anche le paure cui dare risposte efficaci.

 

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