Italia in Parlamento

Riflessioni sull’agente provocatore: giustizia o gogna mediatica?

di Carmine Fotia, 21 Feb 2018

Non credo che le vicende giudiziarie o gli scandali modificheranno l’orientamento di voto degli italiani. Posso sbagliarmi, ma ritengo che chi si fa conquistare da questo genere di argomentazioni lo farebbe a prescindere da quel che accade. Per intenderci: chi vuole votare M5S non cambia la sua opinione perché scopre che nelle sue liste trovano ricovero massoni e manipolatori di bonifici; né chi ha deciso di votare per il centrosinistra cambierà idea per il polverone sollevato dalla vicenda De Luca; né tanto meno sposterà di un’oncia il consenso per Silvio Berlusconi ripetere come un mantra tutte le condanne che ha subito. Anzi, la vicenda Berlusconi e la sua “immortalità politica” dovrebbero suggerire al Pd e a tutte le forze progressiste che inseguire i giustizialisti sul loro terreno serve solo a consegnare loro le chiavi dell’agenda politica.

La vicenda De Luca e Fanpage

Se dunque torno sulla vicenda De Luca e Fanpage non è per fare propaganda, bensì per discutere quali delicati problemi il caso sollevi su due temi cruciali per misurare lo stato di salute della democrazia di un paese: il giornalismo d’inchiesta e lo stato di diritto, confortato dal fatto che proprio attorno a questi temi, pur nel clima infuocato di questa campagna elettorale, si sono espressi pareri e opinioni molto più qualificate e autorevoli delle mie. Riassumo brevemente il caso: una testata giornalistica, “Fanpage.it”, arruola Nunzio Perrella, un ex- camorrista pentito che trafficava in smaltimento dei rifiuti, nel ruolo di “agente provocatore”, ruolo che l’autorità giudiziaria aveva rifiutato di fargli svolgere, o perché diffidava del personaggio o perché è troppo controversa la figura stessa dell’agente provocatore.

Come nel film Donnie Brasco

Diversamente dall’agente infiltrato che – coperto dall’immunità per i reati che si troverà costretto a compiere per non svelare la propria identità –  si “limita” a infiltrarsi nelle gang criminali per ottenere informazioni utili per debellarne le attività (avete presente il film Donnie Brasco?), l’agente provocatore deve indurre i suoi interlocutori a commettere reati per poterli incastrare. La figura è già molto contestata da tanti esperti della materia e magistrati quando tale funzione è svolta da agenti di polizia giudiziaria autorizzati dalla magistratura, figuriamoci quando si tratta di privati cittadini (in questo caso un ex-criminale) che lavorano per un sito giornalistico, incrociando, in maniera che l’autorità giudiziaria ha giudicato indebita, e forse intralciando le indagini della polizia giudiziaria.

De Luca, Di Domenico e Iacolare si sono dimessi

Il personaggio politicamente più di spicco coinvolto è Roberto De Luca, figlio del presidente della regione Campania, Vincenzo, e assessore a Salerno. Con lui l’ex-camorrista parla di appalti per lo smaltimento dei rifiuti in regione. Attenti è lui che parla, non De Luca jr; c’è poi Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, protagonista di un video in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50.000 euro.  E poi c’è Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Tutti e tre si sono dimessi. Anche l’ex-camorrista e i responsabili del sito sono indagati per induzione alla corruzione. E quindi è partita la solita sceneggiata con tanto di tarantella giustizialista e controffensiva al veleno di De Luca. Vedremo il seguito giudiziario della vicenda, e tralascio una discussione che, in un clima diverso, bisognerà pur aprire sulla qualità del consenso in un Sud devastato da mafie. corruzione, clientelismo, assistenzialismo, fenomeni che non risparmiamo nessuno e che richiedono radicali e coraggiosi interventi politici.

Due questioni di principio

Vorrei invece soffermarmi sulle due questioni di principio che solleva questa vicenda. A cominciare da quale idea di giustizia rischi di affermarsi. Vediamo cosa ne pensa la massima autorità anticorruzione italiana. Raffaele Cantone ha scritto sul Corriere della Sera insieme al giurista Gianluigi Gatta: “Anzitutto va ricordato quel che si insegna agli studenti di giurisprudenza: il compito della giustizia penale è punire (e perseguire) coloro che hanno commesso reati…non coloro che si mostrino propensi a commetterne. In secondo luogo, è opportuno riflettere sul fatto che uno Stato che mette alla prova il cittadino per tentarlo e punirlo, se cade in tentazione, non riflette un concetto di giustizia liberale”.

Alcuni punti di vista

Ed ecco l’opinione di Stefano Cappellini, di Repubblica, giornale non certo insensibile alla lotta alla corruzione, che ci mette in guardia dal diffondersi di un giornalismo di questo tipo: “Se dalla prossima campagna elettorale si moltiplicassero le “provocazioni” autogestite con criteri insondabili, o comunque non valutabili in tempi utili per rendere giustizia a chi ne è coinvolto, questo non farebbe del nostro paese una giunga giudiziaria?”. Infine, l’opinione, raccolta sul Foglio da Annalisa Chirico, di Antonio Sangermano, uno dei Pm che ha sorretto l’accusa contro Silvio Berlusconi nel processo Ruby: “A mio giudizio, risponde a un impulso giustizialista il desiderio di trasformare il paese in un’enorme sala d’ascolto, disseminando le strade di agenti provocatori che vellicano il tasso di resistenza dei cittadini”. “Il processo non serve a dare la caccia ai malintenzionati, ma a punire coloro che attuano o realizzano cattive intenzioni”, ha scritto il magistrato Alberto Cisterna sul Dubbio  aggiungendo poi un riferimento che mi ha fatto molto riflettere a un film di fantascienza che descrive una società nella quale vengono puniti non i reati ma i cattivi pensieri: ”Minority Report è alle porte. Gli investigatori potrebbero divenire un giorno tanto bravi da potere scoprire persino i cattivi pensieri e le pessime intenzioni di tutti”. Leggendo Cisterna mi sono tornati in mente gli occhi allucinati di Alessandro Di Battista mentre a Di Martedì su La 7 con la giugulare gonfia di odio issava sulla gogna mediatica la testa dei “colpevoli”, che ovviamente non vale per i suoi per i quali invece si applica il principio che non si è colpevoli fino a sentenza definitiva.

Di Maio definisce assassino De Luca senza che sia indagato

Ho pensato all’invettiva di Lugi di Maio contro Vincenzo De Luca, definito “assassino”, senza essere neppure indagato. Ho poi appreso che la moglie di Matteo Renzi, Agnese, è stata pedinata e fotografata (da esponenti del centro destra, secondo la denuncia del leader Pd), al fine di diffondere la falsa notizia che usufruirebbe di un permesso speciale e gratuito per andare dove vuole con la sua auto nel centro di Firenze. Ho riletto le notizie sulla manipolazione delle indagini per incastrare il leader del Pd sulla vicenda Consip.

E ho sperato, e spero, che questo clima di odio e di rancore, questa società alla Minority Report, non siano il futuro dell’Italia dopo il 4 marzo.

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