Italia in Parlamento

25 aprile: l ‘Anpi non trasformi la festa di tutti nella rabbia di pochi

di Fabrizio Rondolino, 20 Apr 2017

Escludere di fatto la comunità ebraica romana dalle celebrazioni del 25 Aprile organizzate dall’Anpi – per di più considerandola, al pari dei palestinesi o dei cingalesi o dei filippini, una delle tante comunità straniere che vivono nella Capitale – è un fatto di una gravità inaudita, che getta un’ombra triste e cupa sulla più bella di tutte le feste, la Festa della Liberazione dal nazifascismo.

I fatti sono noti: negli anni passati hanno sfilato nei cortei dell’Anpi anche gruppi di manifestanti filopalestinesi inneggianti a Hamas, che hanno insultato e aggredito più di una volta i cittadini che sfilavano sotto le bandiere della Brigata Ebraica.

E’ dunque ragionevole che la Comunità ebraica romana – dei 1023 deportati ad Auschwitz ne tornarono appena sedici – quest’anno abbia chiesto di non accogliere nella manifestazione chi inneggia al terrorismo e aggredisce gli ebrei: ma l’Anpi capitolina ha rifiutato, e la Comunità ha scelto di organizzare un’altra manifestazione, cui tutti sono naturalmente invitati.

Siamo qui ad un completo capovolgimento della storia. Mentre infatti il contributo alla Liberazione dato dalla Brigata Ebraica, forte di 5000 volontari, è fuori discussione, “il Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini, una delle più alte autorità dell’Islam sunnita – ricorda lo storico Giovanni Sabatucci sulla Stampa di oggi – fu alleato e amico di Hitler e lo incoraggiò, per quanto era in suo potere, a perseguire fino in fondo il programma di sterminio del popolo ebraico”.

Com’è possibibile che l’Anpi preferisca i filo-terroristi di oggi (e filo-nazisti di ieri) ai combattenti antifascisti e antinazisti colpevoli soltanto di sventolare una bandiera su cui campeggia la Stella di David?

L’involuzione politica, culturale e persino antropologica dell’Anpi, nata per difendere e diffondere i valori della Resistenza, è a dir poco drammatica. Non più casa di tutti gli antifascisti, l’associazione ormai “si muove troppe volte – come scrive su Repubblica un altro storico illustre, Guido Crainz – come organismo politico di una sinistra che non c’è più. E, talora, di una sinistra sbagliata”.

Anziché costruire intorno al 25 Aprile la più grande unità di popolo, l’Anpi romana ha scelto la strada della divisione, della discriminazione, dell’emarginazione. Ma la Resistenza e la Liberazione non sono un patrimonio esclusivo dell’Anpi, né l’Anpi può pretendere di rappresentare la memoria collettiva di un popolo, radicata in milioni di famiglie di ogni credo politico o religioso. Potrebbe però evitare, questo sì, di trasformare una festa di tutti nella rabbia di pochi.

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