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Unioni civili

Finalmente, dopo decenni di tentativi e discussioni, l’Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, per garantire alle coppie omosessuali gli stessi diritti delle coppie eterosessuali. Quasi tutti i diritti e i doveri previsti dai matrimoni eterosessuali sono anche previsti dalle unioni civili.

Le differenze col matrimonio eterosessuale

  • Il matrimonio ha l’obbligo di usare il cognome dell’uomo come cognome comune, mentre le unioni civili prevedono la possibilità di stabilire un cognome comune scegliendolo tra i due.
  • Il matrimonio prevede un periodo di sei mesi/un anno di separazione prima del divorzio, per le unioni civili ne bastano tre.
  • Il matrimonio prevede l’obbligo di fedeltà, le unioni civili no.
  • Le “stepchild adoption”. A differenza del matrimonio, l’unione civile non prevede l’adozione da parte di un membro del figlio biologico dell’altro. Nel ddl è stato però inserito un comma che precisa che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”, una specifica che non vieta che i giudici si possano pronunciare sui casi di adozioni per le coppie gay.

Obiezioni

D. Non è abbastanza

R. Già, non è abbastanza. Ma questa legge garantisce alcuni diritti fondamentali di cui altrimenti le coppie omosessuali non avrebbero potuto godere per chissà quanti anni ancora. È vero che la legge sulle unioni civili non prevede la “stepchild adoption”, ma allo stesso tempo non la impedisce: caso per caso, un giudice può disporre l’affidamento di un minore a chiunque ritenga idoneo, incluse ovviamente le coppie genitoriali dello stesso sesso.

D. Come funziona l’adozione per le coppie omosessuali?

R. Il testo originario del ddl prevedeva la stepchild adoption, letteralmente “l’adozione del figliastro”. La possibilità cioè che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Questa parte è stata stralciata dopo il voto in Senato del 25 febbraio.

In Italia l’adozione è invece prevista per le coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni o che abbiano vissuto more per almeno tre anni, ma siano sposate al momento della richiesta. Nel ddl è stato però inserito un comma che precisa che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”, una specifica che non vieta che i giudici si possano pronunciare sui casi di adozioni per le coppie gay, come infatti è avvenuto

D. Non poche critiche sono arrivate da alcuni giuristi che affermano che la nuova legge, nell’assimilare al regime della famiglia quello di una formazione sociale diversa, e cioè appunto l’unione civile, viola la regola d’oro dell’eguaglianza, che impone al legislatore di trattare fattispecie ragionevolmente eguali in modo eguale e fattispecie ragionevolmente diverse in modo diverso (art. 3 Cost.). E’ così?

R. La giurisprudenza costituzionale del passato conferma tali conclusioni: riprendendo un’intuizione di Paolo Barile e parlando di una “inscindibile endiadi” tra matrimonio e famiglia (sent. n. 237 del 1986), ha sempre mantenuto distinto, sotto il profilo dell’art. 3 comma 1 Cost., il regime che caratterizza la famiglia da quello delle convivenze, attribuendo soltanto ai conviventi more uxorio in singole fattispecie la tutela prevista per i coniugi.

Il diritto tuttavia si evolve, come si evolvono i costumi della società che deve rispettarlo. I giudici di Strasburgo con la sentenza del 21 luglio 2015 hanno condannato l’Italia per inottemperanza all’obbligo positivo di dare attuazione ai diritti fondamentali alla vita privata e alla vita familiare delle coppie dello stesso sesso. Come sottolineato dalla Corte costituzionale, il Parlamento italiano è stato dunque chiamato ad approvare “con la massima sollecitudine” una “disciplina di carattere generale” che tuteli le unioni omosessuali. Le corti europee richiedono che la normativa da emanare sia conforme al principio di non discriminazione ed assicuri un trattamento giuridico omogeneo a quello delle coppie coniugate, giacché ogni disparità esporrebbe la legge a nuovo vaglio di legittimità

D. È vero che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani perché non ha nel suo ordinamento una disciplina che regolamenti le unioni omosessuali?

R. È vero. La Corte europea dei diritti umani, con sentenza del 21 luglio 2015 “Oliari e altri contro Italia”, ha condannato l’Italia, affermando che gli Stati europei sono tenuti a riconoscere i “diritti fondamentali” dei conviventi omosessuali, ma sulle forme di questo riconoscimento ha lasciato piena libertà a ciascuno Stato.