Economia

Tagli al cuneo fiscale: potremmo diventare un paese per giovani

di Lapo Cantini, 15 Giu 2017

Se si ha la forza e il coraggio di andare oltre la cortina fumogena delle bufale e fake news che ormai  purtroppo scandiscono i tempi della nostra giornata, si riescono a vedere, anche nitidamente, almeno due buone notizie nella settimana appena trascorsa.

La prima è il via libera di Bruxelles rispetto alle richieste del Ministro Padoan di ridurre l’entità delle risorse utili a disinnescare la “bomba” dell’aumento IVA , la seconda è costituita dal FMI che, anche a sorpresa, rivede al rialzo (1,3%) le previsioni di crescita dell’Italia.

Ecco, queste due cosette di cui forse  si è parlato un po’ troppo poco, mettono al riparo il nostro sistema economico da scenari apocalittici “lacrime e sangue” invece evocati,  in modo abbastanza improvvido, negli ultimi mesi.

Le misure per la crescita

Allo stesso tempo,  consentono (finalmente!) di affrontare il tema, tutt’altro che trascurabile, di ulteriori misure  per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione.

Come sempre in questi casi, torna d’attualità il tema del cosiddetto “cuneo fiscale”, ovvero la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto lo stesso lavoratore, calcolata in percentuale del salario lordo.

Numeri alla mano, facciamo un esempio concreto ed illuminante:

Dipendente 4° livello commercio:

 31.855 lordi in busta paga

16.400 netto erogato

15.475 che se vanno per fisco, contributi, Tfr, balzelli vari.

Troppo, e soprattutto  di più rispetto alla media UE.

Un problema serio per le nostre imprese che, con  questo gap,  fanno  fatica a restare competitive  in un mercato sempre più aggressivo e globale.

Ecco perché, nel 2015,  non appena apparvero gli sgravi contributivi su base triennale introdotti dal Governo Renzi  con il Job Acts,  ci fu una vera e propria corsa ad usufruire del provvedimento.

Il Jobs act e il taglio al cuneo fiscale

Ricordo bene quei giorni: lo scontro politico e mediatico si concentrava  sugli aspetti legati all’Art.18 ed alla cosiddetta flessibilità in uscita (peraltro già riformata un paio di anni prima dalla Ministra Fornero…), ma questo elemento  interessava assai poco o niente il mondo imprenditoriale,  assai più attratto dalla possibilità di decurtare, per la prima volta,  una  significativa parte del costo del lavoro ( 24.000 euro in tre anni a dipendente!)

Finita la fase “bonus” del Job Acts ha fatto dunque  bene il Viceministro Morando a rilanciare il tema, ipotizzando la possibile adozione di un provvedimento di contribuzione zero per almeno tre anni.

Una misura per giovani

Una misura limitata probabilmente ai giovani sotto i 35 anni, che,  come noto,  incontrano, soprattutto al Sud, gravi problemi di inserimento nel mercato del lavoro.

Ottimo, adesso però occorre definire bene il provvedimento e blindare le risorse ( 2-3 miliardi) prima che parta l’ “assalto alla diligenza” storicamente collegato, in questo paese, all’approvazione della Legge di Stabilità.

Facciamolo, almeno per tre motivi.

  • Gli under 35 hanno bisogno di lavorare e le imprese di svecchiarsi ed innovare, anche inserendo nuove professionalità per mantenersi competitive nel mondo che cambia.
  • Forse non è un paese per giovani, ma può diventarlo, se ci credono i nostri imprenditori e chi ha l’onere/onere di governare questo strano paese.
  • Negli ultimi anni abbiamo preso molto dalla nuove generazioni ( basti pensare al tema pensionistico) e finora restituito ben poco: cominciamo a farlo, prima che sia troppo tardi.

 

 

 

 

 

 

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