La cultura della stabilità alla base della Riforma

Il principale intervento pro-stabilità che la riforma costituzionale inserisce è la fine del doppio rapporto fiduciario delle Camere con il governo. A prima vista sembra trattarsi di un intervento secondario, tanto che l’enfasi sulla stabilità si rivolge nel dibattito pubblico soprattutto alle leggi elettorali o a ulteriori interventi costituzionali (come la sfiducia costruttiva o il potere di scioglimento delle Camere da parte del primo ministro) su cui la riforma non interviene. La legge elettorale politica, come da tradizione costituzionale italiana, rimane infatti una legge ordinaria e non costituzionale: l’unico intervento che la riguarda è quello garantistico che prevede il controllo della Corte su richiesta di minoranze parlamentari.

Se però guardiamo la serie storica delle elezioni a partire dal 1994, da quando cioè sono cambiate le caratteristiche delle culture politiche e del sistema dei partiti, ci accorgiamo invece che l’intervento operato è tutt’altro che secondario rispetto all’obiettivo della stabilità dei governi.

Un enorme problema per la stabilità è rappresentato, nell’attuale bicameralismo paritario, dalla differente base elettorale tra Camera e Senato: alla Camera, a differenza che al Senato, votano anche i 18-25enni, ben sette classi di età, circa 4 milioni e mezzo di elettori, un decimo dell’insieme. Terminate le appartenenze forti della Prima Repubblica, che conducevano le persone a votare allo stesso modo tra Camera e Senato e che molto spesso inducevano i giovanissimi a seguire sostanzialmente le indicazioni di voto familiari, dal 1994 in poi il doppio circuito fiduciario è stato il primo dei problemi in termini di formazione stabilità delle coalizioni. E ciò a prescindere dalle leggi elettorali.

Nel 1994 il centrodestra Berlusconi vinse bene alla Camera, ma non al Senato dove la nascita del governo fu permessa solo da alcuni transfughi di altre formazioni; nel 1996 Prodi con L’Ulivo fu autosufficiente al Senato e non alla Camera. Pertanto delle tre elezioni con il cosiddetto Mattarellum (abbastanza simile tra Camera e Senato, peraltro) solo quelle del 2001 produssero maggioranze coerenti. Peraltro, ciò fu agevolato dal fatto che Rifondazione Comunista decise di fare una desistenza con il centrosinistra solo nei collegi della Camera e non anche in quelli del Senato: in caso contrario, probabilmente, anche in quell’occasione il risultato complessivo avrebbe prodotto problemi.

Quanto poi alle elezioni successive con la legge Calderoli (passato alla cronaca come “Porcellum”), solo un’elezione su tre ha prodotto risultati coerenti: quella del 2008. Nel 2006 Prodi vinse alla Camera, ma non al Senato e nel 2013 lo stesso è accaduto al centrosinistra guidato da Bersani. Ciò non è accaduto solo per i sistemi elettorali diversi (premio di maggioranza nazionale alla Camera e premi regionali al Senato): pur se ci fosse stato il premio nazionale anche al Senato (e, per farlo, sarebbe stata necessaria una modifica costituzionale), nel 2006 lo avrebbe conseguito il centrodestra, all’opposto della Camera dove aveva prevalso il centrosinistra.

Nel complesso, dunque, in tutto il periodo post-1994 i problemi furono talora contenuti e gli esiti non troppo diversi solo perché Bertinotti e Bossi, per aumentare il loro potere di coalizione, decisero di coalizzarsi rispettivamente con il centrosinistra e il centrodestra a legislature alternate e sfasate tra loro: quando si coalizzava il primo non lo faceva il secondo e viceversa la legislatura successiva. Se non fosse accaduto, la crisi di sistema sarebbe emersa con forza anche prima del passaggio al nuovo assetto tripolare emerso nel 2013.

La riforma costituzionale, con il superamento del bicameralismo paritario e in particolare del doppio rapporto di fiducia, è pertanto un intervento assolutamente indispensabile ai fini della stabilità. E’ una scelta che non potrebbe essere surrogata da nient’altro: anche due sistemi elettorali identici potrebbero produrre effetti diversi se non opposti, mentre gli ulteriori interventi possibili sulla Costituzione potrebbero solo proteggere maggioranze già esistenti, interverrebbero comunque dopo i possibili esiti contraddittori senza poterli ridurre o eliminare.

Solo chi ignora i numeri reali e la serie storica delle elezioni può sottovalutare l’impatto di questa scelta decisiva. Un’ignoranza che va contrastata puntualmente in nome dei fatti.