Politica

Rom, il piano Raggi condanna Roma ai campi abusivi

di Dijana Pavlovic, 15 Giu 2017

Chi sa se Beppe Grillo ha letto il libro di Dario Fo – l’amico dei  5 Stelle – Razza di zingaro, la storia del pugile che sfidò il nazismo, simbolo dello sterminio di un popolo ritenuto incompatibile, come l’ebreo,  con l’ideologia razzista dei nazifascisti.

L’onda razzista del M5s

Ho pensato a questo dopo le dichiarazione del “capo” e della sua sindaca di Roma su “via i rom e basta immigrati”, a come basti perdere un po’ di voti per seguire l’onda razzista che ha sì un vantaggio ma una grande debolezza : nell’immediato si prendono  un po’ di voti, ma si avvelena la coscienza di una nazione senza che si proponga uno straccio di soluzione ma solo l’uso vigliacco dei più deboli e indifesi  – rom e immigrati.

Vediamo la questione dei campi rom a Roma. Dopo le scelte di Veltroni e Alemanno di concentrare in mega campi ai margini della città rom di diverse provenienze creando segregazione e degrado per i rom e lauti profitti  – onestamente o meno – per chi gestiva questo affare, ora la sindaca Raggi ha un piano.

Con 3,8 milioni scopre l’acqua calda e vuole chiudere due grandi campi, la Barbuta e la Monachina. Il percorso proposto è quello già visto fallire in altre città come Milano, quando la sindaca Moratti investì parte dei 13 milioni dell’emergenza Maroni per chiudere il campo di via Triboniano: ogni famiglia ebbe un “sostegno” alla casa per un anno e un finto piano di inclusione lavorativa o un contributo per il rimpatrio.

Il ritorno alla baraccopoli

Peccato che senza un lavoro nessuno può mantenere una casa né qui né in Romania e che dopo pochi anni sono tornati tutti nelle baraccopoli di Milano.

Il piano della Raggi, definito a tavolino da qualche “esperto” senza nessun coinvolgimento delle comunità romane – cosa che si fa solo coi rom –   ripercorre lo stesso tragitto: espulsione dei rom con auto di lusso (ma Grillo sa che una Jaguar un po’ vecchia costa molto meno di una Panda usata?), per gli altri sostegno temporaneo all’affitto sul mercato privato e supposti percorsi di inclusione lavorativa con eventuale formazione.

Così, quando finisce il periodo di sostegno all’affitto i Rom li troveremo di nuovo nei campi, ancora più irregolari e ancora più precari.

Il nodo fondamentale è quello del lavoro, il resto viene dopo.

Ma anche qui l’esperienza insegna: borse lavoro e formazione naufragano di fronte al fatto che il pregiudizio a lungo e costantemente coltivato e strumentalizzato politicamente fa sì che nessuno dia lavoro – tanto meno una casa – a uno “zingaro”.

Quindi per non buttar via altri soldi e rendere ancora più precaria la vita dei rom basterebbe partire dal prendere atto che esiste una minoranza – l’unica non riconosciuta in Italia e discriminata come nessun’altra, che l’Europa come parla di superamento dei campi così parla di superamento della discriminazione e dà soldi a progetti di inclusione e contrasto alla discriminazione basati sulla partecipazione diretta delle comunità, comprendendo i diversi progetti di vita e costruendo con loro percorsi possibili e reali di inclusione – scuola, lavoro, casa – con parallele e necessarie azioni di contrasto alla discriminazione.

In fondo questa sarebbe semplicemente l’applicazione della Strategia nazionale approvata dal governo italiano nel 2012.  Ma chi lo vuole veramente?

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