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Post verità, il ruolo della rete

di Stefano Di Piazza, 29 Giu 2017

Già nel 2013 il World Economic Forum inseriva “la diffusione di false notizie” tra i dieci pericoli maggiori del nostro tempo. Nel 2016 l’Oxford Dictionary ha nominato “post-truth”, “postverità”, parola dell’anno. Sebbene le espressioni “fake news” e “postverità” siano ormai di comune impiego nel dibattito pubblico, non sembra esserci sufficiente chiarezza riguardo al loro significato e, conseguentemente, riguardo al fenomeno che dovrebbero denotare.
Il dibattito su fake news e postverità rischia di essere vittima dello stesso fenomeno che vorrebbe studiare.

Prevale infatti il tentativo di oversemplificare il fenomeno sulla base di schemi interpretativi inadeguati, per quanto familiari. Occorre un approccio concettualmente rigoroso ed empiricamente fondato che tenga conto in particolare di quanto ci dicono le scienze cognitive e la scienze computazionali sul modo in cui si diffondono le informazioni.

Fake news e postverità

Per “fake news” si intende una notizia falsa intenzionalmente prodotta per un determinato scopo, sia esso di natura politica, economica o di altro tipo. Fake news vengono ad esempio impiegate da istituzioni governative per favorire gli interessi geostrategici di un determinato Paese, da movimenti politici per influenzare il dibattito pubblico e da società e singoli utenti per perseguire interessi economici.
Per “postverità” si intende invece un fenomeno per il quale “i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività̀ e le convinzioni personali”.

Sebbene il mondo sia sempre stato popolato da false notizie e l’opinione pubblica abbia sempre avuto problemi nel distinguere i fatti dalle interpretazioni, le nuove tecnologie digitali hanno modificato i processi di diffusione delle false notizie e la percezione del confine tra i fatti e le interpretazioni.

Internet e social media

L’avvento di internet e dei social media ha avuto come conseguenza un aumento della quantità delle informazioni a cui siamo esposti e un decentramento della loro produzione. Google, Twitter e Facebook in particolare hanno condotto alla fine delle intermediazioni nella diffusione delle informazioni per cui gli utenti che non sono in grado di stabilire una gerarchia di autorevolezza delle fonti tendono a percepire ogni informazione come equivalente.
L’esperienza dell’utente all’interno di internet e dei social media è fortemente personalizzata: potenti algoritmi raccolgono e analizzano dati relativi alle nostre precedenti navigazioni per fornirci contenuti potenzialmente “interessanti”.

Questa personalizzazione dell’esperienza dell’utente favorisce la creazione di reti e cluster di utenti fortemente polarizzati intorno a determinate idee e fonti di informazione.

Confirmation bias

Alla base della diffusione delle fake news vi è il confirmation bias (bias della conferma), un bias cognitivo noto da tempo nelle scienze cognitive per il quale l’essere umano tende a selezionare le informazioni conformi alla propria visione del mondo e a ignorare quelle che configgono con tale visione.

Sebbene il fenomeno del confirmation bias sia noto e studiato da tempo, meno noto e studiato è il modo in cui tale fenomeno viene potenziato dalla rete.
Recenti studi nelle scienze computazionali hanno mostrato che gli utenti di internet e dei social media tendono a selezionare le informazioni sulla base del confirmation bias e a raggrupparsi in echo chambers (camere di risonanza) che rinforzano e polarizzano le loro credenze.

Gli utenti tendono quindi a vivere all’interno di bolle informative difficilmente permeabili ad informazioni provenienti da altre bolle.

Nessuna facile soluzione

Al momento non vi è unanimità riguardo a come contenere la diffusione di fake-news. Sebbene l’ipotesi di affidarsi al debunking (confutazione delle notizie false) possa essere lusinghiera essa non sembra poter essere risolutiva.

Infatti, se da una parte le scienze computazionali suggeriscono che un global debunker in grado di confutare tutte le notizie false è difficilmente realizzabile, dall’altra le scienze cognitive suggeriscono che confutare una notizia falsa non sempre consente di limitarne la diffusione.

E’ stata ad esempio dimostrata l’esistenza di un fenomeno cognitivo noto come backfire effect, in base al quale le persone tendono a rinforzare le proprie false credenze di fronte alle evidenze in grado di confutarle.

E’ il motivo per cui gli antivaccinisti tendono a non abbandonare le proprie false credenze anche di fronte alle evidenze della comunità scientifica. Occorre quindi accettare che qualsiasi soluzione al problema delle fake-news dovrà essere inevitabilmente complessa e che non potrà prescindere dalla comprensione delle nuove tecnologie digitali e del funzionamento della mente umana.

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