Politica

Le province, i costi della politica e i benaltristi a oltranza

di Stefano Ceccanti, 20 Mar 2017

E’ interessante seguire le tre fasi temporali in cui si è affrontato il tema dei costi della politica.

In un primo tempo, da alcuni anni, il Corsera con alcuni suoi editorialisti e commentatori è stato il primo a introdurre il tema della “casta” politica.

La politica dia il buon esempio

Questo tema aveva due verità parziali indubbie. La prima è che, specie in periodo di crisi, la classe politica deve dare l’esempio: nessuno avrebbe ad esempio accettato il passaggio al contributivo per tutti se allo stesso momento i parlamentari non avessero abolito i vitalizi e non lo avessero applicato anche a loro stessi.

La seconda verità parziale è che se si tiene un numero elevato di rappresentanti e di livelli di governo aumentano i centri di spesa, c’è una spinta naturale a giustificare la propria esistenza contribuendo a spesa pubblica spesso improduttiva.

Tra costi e caste, la politica è debole

L’eccesso retorico nel presentare queste verità parziali era però legato ad altrettante unilateralità. La prima di esse è che indebolendo in modo sproporzionato la rappresentanza e le istituzioni di governo (ad esempio descrivendo la classe politica in toto come malvagia e la magistratura o altre realtà come angeliche) non si rafforzano i cittadini, ma “caste” non politiche che sono così in grado di imporre i propri interessi parziali o di far valere i loro poteri di veto.

La seconda è che se si descrive il taglio dei costi della politica come risolutivo dell’intero debito pubblico si giustifica la resistenza a riforme che sono invece necessarie e che in quell’approccio sarebbero invece inutili.

La riforma costituzionale mancata e i danni del benaltrismo

Il secondo tempo è stato quello del referendum costituzionale che ha segnato su molti mezzi di informazione, compresi quelli che si sono battuti contro la “casta” politica, la saga del benaltrismo. Sì, quella riforma rispondeva ad alcuni problemi, ma ben altre sarebbero state le riforme da fare. Fino a prendere sul serio quegli esponenti politici che ci raccontavano che in sei mesi si sarebbe comunque fatta un’altra riforma dopo aver bocciato quella in campo.

Una propaganda in cui, ovviamente, supponendo che si tratti di persone comunque intelligenti, erano i primi a non credere. In questo benaltrismo si è arrivati addirittura a definire in modo lirico i sostenitori del no come “patrioti” sovrapponendone l’immagine ai nostri Resistenti.

Cari “patrioti del No”, è troppo facile sguazzare nel rimpianto

Il terzo tempo è quello attuale,  dei rimpianti, in cui si registra con sommo dispiacere, che avendo vinto i suddetti Patrioti, le Province, il Cnel, gli stipendi dei consiglieri regionali e varie altre fonti di spesa continuano patriotticamente a vivere e lottare insieme a noi e i sei mesi promessi per la riforma si avvicinano al termine senza nessun effetto.  La scrittrice  Katherine Mansfield sostiene però che: “Il rimpianto è un enorme spreco d’energia. Non vi si può costruire nulla sopra. Serve soltanto a sguazzarvi dentro.”

Per evitare di proseguire così, sarebbe importante quanto meno iniziare a pentirsi, anzitutto criticando chi ha visto come “patrioti” alla macchia dei semplici benaltristi. Altrimenti rinunciate a lamentarvi di Province, Cnel, e di tutto quante avete contribuito a mantenere in vita.

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