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Immigrazione: la linea del Pd in equilibrio tra solidarietà e sicurezza

di Carmine Fotia, 9 Lug 2017

Ogni errore di comunicazione, nell’era web in bilico tra la potenzialità di una moderna agorà democratica e una giungla popolata dagli odiatori professionisti, non è un fatto tecnico, bensì un errore eminentemente politico, soprattutto se riguarda temi sui quali, come nel caso dell’immigrazione,  si è alla ricerca di un equilibrio difficile nel quale ogni parola detta ha un peso. Sono cose che capitano, soprattutto a causa della velocità della comunicazione e non c’è da farne una tragedia epocale con i soliti toni melodrammatici del dibattito pubblico italiano che a causa della pervasività dei social si trasforma ogni volta in una corrida con un toro da abbattere.

In questo caso il toro è Matteo Renzi a causa dell’infelice “card” contenente una sintesi troppo brutale del suo pensiero sull’immigrazione: “Aiutiamoli a casa loro, davvero” estratta dal suo libro in uscita,  “Avanti”.  Il pensiero di Renzi e del Pd in materia è molto più complesso e merita una discussione vera anche perché la questione dell’accoglienza ai migranti si accompagna a una battaglia che in Italia nessuno aveva mai fatto finora, per la legge sullo ius soli, una conquista di civiltà attorno alla quale appare chiarissima la distinzione tra destra e sinistra.

Sull’immigrazione è in gioco l’identità dell’Europa intera

Come ha detto più volte il ministro Marco Minniti, sull’immigrazione in gioco non c’è tanto l’identità del Pd quanto gli equilibri democratici non solo dell’Italia, ma del continente europeo.  Quella card “sbagliata” (la definizione è di Renzi) è un incidente che rischia di oscurare i problemi reali ai quali sarebbe bene applicarsi sapendo che la ricerca di una soluzione al problema non può essere un problema che riguardi solo il Pd e l’Italia.

È sbagliato parlare di invasione ma è altrettanto errato negare che l’emergenza ci sia, e se uno dal suo bel salottino dice di non vederla gli consiglio di farsi un giretto nelle città costrette a fronteggiarla: mi offro di accompagnarlo a Reggio Calabria, per esempio, città che Erri De Luca ha eretto a simbolo dell’accoglienza, dove ogni giorno il sindaco, le istituzioni e i volontari fronteggiano una realtà che però ora rischia di travolgerli. I sindaci e gli amministratori in prima linea sanno bene di cosa parlo. Soprattutto coloro che si sono prodigati ed esposti anche a costo di pagare un prezzo in termini di consenso di una parte dell’opinione pubblica.

L’Italia e gli accordi di Dublino

Il contesto da cui partire è quello di un’Europa divisa tra chi ha deciso per ragioni elettoralistiche di alzare un muro verso i migranti e chi lo fa per convinzione razzista. Il risultato è il medesimo: l’Italia è lasciata da sola ad affrontare il problema. Secondo le regole di Dublino, che in Italia furono accettate dai governi di centro-destra con la Lega nel 2003 e la cui revisione fu accettata dal governo Letta nel 2013, i migranti devono essere identificati nei paesi di sbarco: “Quando è accertato…che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno stato membro, lo stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”.  

Giusto alzare la voce in Europa

Siccome le altre rotte sono state blindate l’unica frontiera aperta resta l’Italia, che finora ha fatto miracoli salvando vite in mare e sottoponendo a uno stress tutto il sistema dell’accoglienza. È giusto o sbagliato, in questo quadro, alzare la voce e dire, come in sostanza fanno all’unisono Gentiloni, Renzi e Minniti, che se l’Europa non si apre all’accoglienza, tutto il peso non potrà essere scaricato sull’Italia? È  giusto o sbagliato ritenere necessaria un’azione di controllo delle frontiere che sia dell’Europa e non solo dell’Italia? Oppure dire, come ha fatto il presidente del consiglio, che la capacità di accoglienza dell’Italia non è illimitata? Tutto inutile, dicono i soloni assisi sulle comode poltrone dei loro salotti, tanto in Europa non ci si fila nessuno. Cosa dovremmo dunque fare secondo lor signori: non protestare, non alzare la voce, non chiedere di considerare indegni di stare in Europa i paesi che rifiutano di accogliere i migranti?

Qualcuno, come il caro Gad Lerner, spin doctor di Giuliano Pisapia, intervistato dal Foglio, ha avuto un’idea geniale: facciamo arrivare i migranti sui normali traghetti di linea, così stronchiamo l’infame traffico di essere umani. E facendo così diventare l’Italia la meta di tutti i migranti i quali però, dal momento che in Europa tutti si rifiutano di accoglierli, non potrebbero che restare in Italia. Una linea egemone, senza dubbio, che alle prossime elezioni condurrà certamente la sinistra a una strepitosa vittoria.

L’equilibrio tra solidarietà e sicurezza

Se vogliamo parlare di cose reali, occorre insistere su una linea che, come ci ricorda Goffredo Buccini sul Corriere della Sera, corre su crinale assai stretto, tra accoglienza e diritti, tra solidarietà e sicurezza. L’idea di adottare una linea diversa può solo gonfiare le vele alle destre sovraniste e populiste, spingendo l’Italia verso una rottura degli equilibri democratici. Può l’Europa accettare un simile collasso della democrazia italiana? Passate le ansie elettorali anche i governi europei dovranno fare i conti con questi problemi. Gestire in modo ordinato i flussi migratori, controllando anche l’attività delle Ong non è né razzista o di destra: coniugare severità e umanità è l’unica politica che può salvare la preziosa attività delle organizzazioni umanitarie, evitando che diventino strumento inconsapevole delle strategie criminali dei trafficanti di essere umani.

La linea del Pd

Questa è la linea del Pd e del governo, al di là degli incidenti di percorso. È la linea più di sinistra esistente in questo momento nel continente europeo. Certo non è più di sinistra la linea del leader oggi invocato quale modello dalla sinistra-sinistra, ovvero il leader del Labour Jeremy Corbin, accusato sul Manifesto del gennaio scorso di un clamoroso voltafaccia: “Brexit e migranti, contrordine Corbyn”, era il titolo tranchant.  Corbyn aveva detto il partito laburista “non ha sposato”, la libertà di movimento dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea, né si è impegnato a mantenerla una volta che i britannici avranno tagliato i ponti con essa: “È la prima volta che il leader laburista si piega alla retorica populista che imperversa a livello nazionale, e non è chiaro quanto di questa posizione si debba a tatticismo e quanto a una sincera persuasione politica. L’immigrazione e il suo controllo si sono rivelati dirimenti nell’esito referendario sfociato nella Brexit e stanno dominando tuttora il dibattito”, scriveva da Londra Leonardo Clausi.

Ecco una domanda interessante per i tanti soloni in poltrona: è più di sinistra questa linea o quella della ius soli?     

 

    

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