Mondo

Erdogan a Bruxelles, cronaca di una giornata tra la comunità turca

di Fabrizia Capanna, 26 Mag 2017

Davanti all’Hotel Steigenberger le mamme aggiustano le giacche sgualcite dei ragazzini irrequieti, che corrono avanti e indietro sventolando le bandiere rosse. Li tengono fermi, mettono loro mazzolini di fiori nei taschini e gli fermano i capelli dietro le orecchie.

Seconde, terze generazioni. Nati e cresciuti in Belgio, la Turchia l’hanno vista d’estate, forse, facendo visita ai parenti, o in televisione in un film di Ceylan.

Dopo il divieto del sindaco di Bruxelles alla manifestazione organizzata da Erdoğan per salutare i propri sostenitori, la comunità turca si è unita ancora di più, ed è accorsa ferita, lamentando – ancora una volta – l’insofferenza delle autorità belghe, l’intolleranza europea nei confronti del popolo turco.

Proprio ciò su cui il Presidente turco aveva basato la propaganda elettorale per il Sì al referendum: la discriminazione, il pregiudizio occidentale contro islamici e stranieri. Contro chi è fuggito dal proprio Paese per povertà, perché gli era negato il diritto essenziale che dovrebbe essere garantito ad ogni uomo, quello di sentirsi al sicuro.

Un centinaio di persone hanno sfidato il divieto delle autorità, intonando cori, hanno bandiere con il volto del Presidente, rose bianche e fiori di campo che sventolano al passaggio delle auto.

Donne velate, anziani emigrati con le spille appuntate sul bavero, giovani uomini con maglie di squadre di calcio, giovani donne vestite all’occidentale. Pantaloni aderenti e maglie con il volto di Erdoğan.

Ossimoro inconciliabile per noi, scetticismo incomprensibile il nostro, per loro.

Il Presidente del popolo

Erdoğan è l’uomo del miracolo. È l’uomo che ha risanato le finanze pubbliche, che ha riempito le tasche del popolo e ha salvato periferie e campagne dall’oblio e dalla povertà. È colui che ha posto fine alla diaspora. “Adesso nessuno fugge più dalla Turchia. È stato doloroso per i miei genitori, per i miei nonni andarsene. Per me è un dolore ogni giorno.

Erdoğan non è un presidente, è il Presidente, un padre, un riferimento per tutti coloro che soffrono nel mondo, turchi e non, musulmani e non. Tutti ripetono la stessa cosa: Erdoğan aiuta tutti, Siriani, Somali, Pakistani, Afghani. Tutti coloro che sono vessati dall’imperialismo occidentale, che crea ingiustizia laddove c’era pace. Che sfrutta impunito le risorse di chi non può ribellarsi.

Erdoğan ha un cuore grande abbastanza per tutti. Ogni cosa che dice è verità.”

Più simile allo Stalin dei manifesti di propaganda bolscevica che a un nuovo sultano, nei cuori dei giovani turchi, il Presidente del popolo ha fatto della lotta di classe la lotta di una Nazione intera.

Una lotta per la decolonizzazione culturale dall’occidente aguzzino, che costringe ogni giorno il popolo turco all’umiliazione. Una lotta apparente contro la commercializzazione della civiltà, in realtà rivalsa contro lo scetticismo mercatistico che ha abbandonato la Turchia a se stessa sull’orlo del tracollo.

Nessuna possibilità di integrazione

I belgi hanno problemi con noi turchi, e con i musulmani. Anche Trump è qui, eppure nessuno ha vietato agli americani di riunirsi.”

Discriminazione, razzismo, ignoranza, sono le accuse che la comunità muove al Paese che li ha accolti. Nessuna possibilità di integrazione.

Una giovane ragazza chiede di non farsi fotografare. È bella. Ha tratti mediorientali e vestiti occidentali: “Sono qui per il Presidente, per mostrargli che non è solo, che lo supporto. Ma mio padre mi ucciderebbe, lui è contro Erdoğan.

Erdoğan è l’uomo dei giovani, è l’uomo che ha costruito un mito, che ha trasformato nei sogni degli espatriati le brulle piane dell’Anatolia nei giardini dell’Eden.

E sono tutti lì, a cercare uno squarcio tra le decine di uomini schierati della polizia, per vederlo, fotografarlo, lanciargli dei fiori.

La sua politica è “un po’ ruvida” certo, ma “è l’unico che può rendere di nuovo grande la Turchia e difenderla dal terrorismo”: quello ad oriente – di ISIS e PKK – e quello ad occidente, quello dei media manipolatori e dei governi ostili.

“Non dovete credere a tutto quello che leggete sui giornali. Le notizie che arrivano in Europa sono false, ci sono così tante bugie, fa male sentire queste calunnieQui nessuno parla del motivo per cui la gente va in prigione. Lo fanno apparire come un mostro. Ma quella gente supporta i terroristi, affonda il governo con accuse infami. Non è forse giusto che siano puniti?”

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