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Codice penale: la riforma che aspettavamo è realtà

di Gennaro Migliore, 15 Giu 2017

Dopo un anno e mezzo di sosta al Senato, finalmente i due rami del Parlamento hanno licenziato il Disegno di legge del Governo sulla riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario.

Si tratta di un testo importante e complesso, assurto all’onore delle cronache, però, soltanto per le due questioni che sono state ampiamente dibattute dal punto di vista politico, benché con poca attenzione per gli elementi tecnici: la riforma della prescrizione e le norme sulle intercettazioni.

Sospensione dei termini di prescrizione di 18 mesi

In particolare, la nuova normativa prevede una sospensione dei termini di prescrizione di 18 mesi, sia dopo il primo che dopo il secondo grado di giudizio.

Questo allungamento corrisponde alla necessità, per alcuni reati come quelli di corruzione,  di non far prescrivere processi dove è più difficile individuare i reati contestati.

Quanto alla disciplina sulle intercettazioni e sui cosiddetti trojan, si tratta di interventi di minima civiltà rispetto alle garanzie di cui devono godere tutti i cittadini. Cerchiamo di intenderci. Nessuno sta limitando il potere dei magistrati in ordine allo strumento delle intercettazioni.

Quello che stabilisce la norma (e che è già prassi in procure come quella di Torino e Roma) è che non vengano più trascritte intercettazioni non rilevanti ai fini del processo. In buona sostanza, si custodiscono i file audio ma non si metteranno più nero su bianco conversazioni che non hanno interesse per il processo, ma che sono state in questo anni al centro di veri e propri processi mediatici.

Così come per i trojan, si disciplina la materia secondo gli orientamenti delle più recenti sentenze della Cassazione.

La giustizia riparativa

Il testo della riforma “Orlando”, però, ha una portata molto più ampia. Credo che tre elementi, oltre a quelli già citati, possano qualificare la portata e l’indirizzo del provvedimento: il primo è un deciso orientamento verso le forme di giustizia riparativa, da tempo invalse altrove e ancora troppo estranee al nostro ordinamento.

Con la riforma, per i reati perseguibili a querela soggetta a remissione, il giudice potrà dichiarare l’estinzione del reato a seguito di una azione di riparazione che vale molto di più di pene, magari sospese, che non tengono conto della situazione soggettiva delle vittime.

Secondo: la delega al governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, secondo un’impostazione costituzionalmente orientata alla rieducazione e risocializzazione del detenuto, maturata da una riflessione degli “Stati Generali dell’esecuzione penale”.

Mai un altro Governo aveva dedicato tanta attenzione al tema delle carceri, benché questo sia malauguratamente salito all’onore delle cronache internazionali per le condanne ricevute dall’Italia negli anni passati per il sovraffollamento carcerario.

In questo testo si sente l’eco di battaglie per i diritti che sono state portate avanti dalla più avanzata giurisprudenza e da figure importantissime come Marco Pannella a Sandro Margara.

Terzo ma non ultimo, le norme che mirano a rendere l’azione penale più efficace nei casi di corruzione, intervenendo sui reati contro il patrimonio pubblico e l’inasprimento delle pene per i reati di maggior allarme sociale.

L’ispirazione riformatrice governi Renzi e Gentiloni

Anche qui la composizione della realtà carceraria ci ha mostrato come fosse essenziale mettere mano a un sistema penale che a volte è intervenuto più efficacemente sui crimini derivati da povertà e condizione sociale che su coloro che delinquono a danno dello Stato.

Insomma, un argine al populismo penale che, purtroppo, ha attraversato anche ieri il dibattito in aula, con gli interventi di pentastellati e leghisti contrari a qualsiasi principio di garanzia costituzionale. Eppure, anche questa volta si è confermata l’ispirazione riformatrice dei governi Renzi e Gentiloni.

Gli altri parlano, spesso a sproposito, noi proviamo a cambiare il paese.

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