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Cina: 1000 miliardi di dollari per la nuova Via della Seta

di Alessandro Maran, 18 Mag 2017

Domenica scorsa, il presidente cinese Xi Jinping ha offerto un quadro del nuovo ordine economico globale nel quale il suo paese si pone come alternativa ad un’America, quella di Trump, ripiegata su se stessa.

Il presidente cinese ha usato il Belt and Road Forum for International Cooperation di Pechino (14-15 maggio) per presentare ufficialmente il progetto della «nuova Via della Seta». Durante il suo discorso di apertura, Xi ha definito la Belt and Road Initiative (BRI) – una vota denominata «One Belt, One Road» (OBOR) -, «il progetto del secolo», in grado di produrre benessere e sviluppo in tutto il pianeta.

Il progetto del secolo

«Lo spirito della Via della Seta è un grande patrimonio dell’umanità», ha detto il presidente; e tramite questa iniziativa, Pechino intende recuperare lo spirito della «pace e della cooperazione tra Oriente e Occidente», «dell’apertura e dell’inclusione», «dell’apprendimento reciproco» e del «reciproco vantaggio» incarnati dall’antico network di rotte commerciali che andava dalla Cina al Medio Oriente, all’Africa e all’Europa.

La «nuova Via della Seta» è un ambizioso progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping più di tre anni fa (la rete di infrastrutture interessa più di 60 paesi su un’area che si estende fra Asia, Europa e Africa), attraverso il quale Pechino vuole creare solidi rapporti industriali con i paesi coinvolti.

1000 miliardi di dollari per porti, ferrovie, aeroporti e centrali energetiche

E la Cina oggi promette di spendere mille miliardi di dollari per costruire porti, ferrovie, aeroporti e centrali energetiche non solo attraverso la regione Euroasiatica, ma in quasi ogni angolo del mondo.

In Laos, lungo le montagne ricoperte dalla giungla, gli ingegneri cinesi stanno scavando centinaia di tunnel e costruendo viadotti per sostenere una ferrovia di 260 miglia, un progetto di 6 miliardi di dollari che collegherà otto paesi asiatici; in Pakistan, il denaro cinese sta costruendo centrali energetiche per fare fronte alla mancanza cronica di elettricità, parte di un investimento del valore previsto di 46 miliardi di dollari; e gli urbanisti cinesi stanno mettendo a punto linee ferroviarie da Budapest a Belgrado, assicurando un’altra arteria per il flusso delle merci cinesi in Europa attraverso il porto greco del Pireo controllato dalla Cina.

Agenda economica e geopolitica della Cina

Questi enormi progetti infrastrutturali, assieme a centinaia di altri in Asia, in Africa e in Europa, formano la spina dorsale dell’ambiziosa agenda economica e geopolitica della Cina. Il presidente Xi Jinping sta costruendo legami, creando nuovi mercati per le imprese del suo paese ed esportando il modello di sviluppo economico cinese guidato dallo Stato allo scopo di generare rapporti solidi e forti relazioni diplomatiche.

L’iniziativa si preannuncia senza precedenti, per ampiezza, nella storia moderna; e per celebrare la nuova influenza globale della Cina, Xi ha radunato domenica scorsa a Pechino, per i due giorni del vertice, decine di capi di Stato e di governo, a partire dal presidente russo Putin.

Va da sé che Xi Jinping sta cercando di usare la ricchezza ed il know how industriale cinesi per creare un tipo di globalizzazione «nuovo» che possa fare a meno delle regole delle «antiquate» istituzioni dominate dall’Occidente.

L’obiettivo è quello di rimodellare l’ordine economico globale ed attrarre paesi ed imprese nell’orbita cinese.

Il progetto, ovviamente, serve gli interessi economici della Cina.

Con una debole crescita interna, la Cina sta producendo più acciaio, cemento e macchine di quanto le occorra. Perciò il presidente cinese guarda al resto del mondo, in particolare ai paesi in via di sviluppo, per far andare a pieno regime il suo motore economico.

A ben guardare però, il progetto è quello di pilotare la nuova «globalizzazione 2.0». Il presidente Xi ha, infatti, delineato una versione più ardita del Piano Marshall, lo sforzo di ricostruzione post bellico dell’America.

Allora, gli Stati Uniti hanno fornito una gamma molto ampia di aiuti per consolidare le alleanze in Europa; e ora la Cina sta impiegando centinaia di miliardi di dollari in prestiti sostenuti dallo Stato con l’obiettivo di guadagnarsi nuovi amici in giro per il mondo, e questa volta senza pretendere impegni militari.

In netto contrasto con il presidente Trump

Il progetto di Xi Jinping si pone in netto contrasto con il presidente Trump ed il suo mantra «America First».

L’amministrazione Trump è uscita dalla Trans-Pacific Partnership, l’intesa commerciale capeggiata dall’America che era stata immaginata proprio come un rimedio alla crescente influenza cinese.

Ma come aveva detto Xi Jinping ai leader del mondo degli affari al World Economic Forum in gennaio, «sostenere il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia»; e il presidente cinese ora sta incoraggiando una leadership globale ad immagine e somiglianza della Cina, enfatizzando l’efficienza economica e l’intervento statale; e sta affastellando ogni genere di progetti infrastrutturali sotto l’ampio ombrello del piano. Perfino progetti finanziariamente controversi in paesi infestati dalla corruzione come il Pakistan o il Kenya un senso (per ragioni militari e diplomatiche) ce l’hanno.

Il rifiuto dell’ Australia

Gli Stati Uniti, l’India ed altri, hanno dato voce alle preoccupazioni circa le implicazioni geostrategiche della BRI; alcuni, come l’Australia, hanno opposto un secco rifiuto alla richiesta di Pechino di aderire al piano.

Ma è impossibile per qualunque il leader straniero, per qualunque dirigente di una multinazionale o qualunque banchiere internazionale, ignorare la pressione cinese per «rifare» il commercio mondiale.

McKinsey ha osservato che se si dovesse davvero spendere tutto il denaro promesso, lo stesso Piano Marshall al confronto finirebbe per impallidire.  Il ministro tedesco dell’economia, Brigitte Zypries, ha ovviamente partecipato al Forum di Pechino; e hanno fatto lo stesso giganti industriali occidentali come la General Electric o la Siemens, impegnati ad ottenere contratti vantaggiosi e a rimanere nelle grazie cinesi. Anche l’amministrazione Trump ha garantito la presenza di un funzionario di alto livello.

Ma Paolo Gentiloni è stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice. L’Italia è uno di terminali strategici della proiezione cinese nel Mediterraneo; e per il nostro paese è un’occasione straordinaria.

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