Lavoro e Occupazione

Jobs Act: la legge

Il Jobs Act è una riforma del mercato del lavoro promossa dal governo Renzi attraverso diversi provvedimenti legislativi varati tra il 2014 e il 2015.

Il Jobs Act si fonda su due assi strategici:

  1. Diritti e tutele uguali per tutti.
  2. L’attività d’impresa avviene in un sistema di regole certe. Chi investe può puntare su produttività e mobilità, senza scaricare i costi sociali sui lavoratori.

Tutele

La principale novità prevista dalla legge delega riguarda il contratto a tutele crescenti, un innovativo tipo di contratto per i nuovi assunti a tempo indeterminato che prevede una serie di garanzie destinate ad aumentare man mano che passa il tempo, con l’obiettivo di contrastare il precariato. L’obiettivo è di rendere il contratto a tempo indeterminato il principale canale d’ingresso nel mondo del lavoro.

Allo stesso tempo si abolisce il contratto a progetto (CoCoPro), esistente solo in Italia.

La riforma tutela tutti i lavoratori dipendenti da eventuali licenziamenti o mancati rinnovi contrattuali, grazie ad una garanzia proporzionale alla loro anzianità contributiva. Inoltre, sono state allocate ingenti risorse per gli ammortizzatori sociali e per le politiche attive. 

È previsto un assegno di disoccupazione per i lavoratori licenziati o non rinnovati, un salario minimo valido per tutti e aggiornato periodicamente da una commissione indipendente.

Introduzione di una nuova disciplina per i licenziamenti di natura economica che prevede un indennizzo monetario certo e crescente in proporzione all’anzianità aziendale del lavoratore.

Diritto al reintegro per i licenziamenti nulli, formulati a voce, discriminatori e disciplinari gravemente illegittimi.

È prevista una tutela economica in caso di cambiamenti di mansione. Mentre i controlli a distanza sono possibili solo sugli impianti, preservando così la dignità del lavoratore e garantendo l’adeguata riservatezza.

Detassazione

Il Jobs Act prevede una riduzione di tasse per le imprese che assumono a contratto indeterminato, che diventa così il primo strumento di assunzione (come previsto dalla normativa europea).

Donne

La maternità è garantita a tutte le lavoratrici indipendentemente dal tipo di contratto che hanno, vale a dire anche per le precarie. È inoltre previsto un aumento della flessibilità dei congedi obbligatori e parentali e dei congedi per le donne inserite nei percorsi di protezione per violenza di genere.

Politiche attive

Un’unica Agenzia nazionale, quindi lo Stato, si occupa di inquadrare e accogliere le persone in cerca di impiego. Mentre le agenzie private, tra cui i soggetti no-profit, potranno aiutare i lavoratori a trovare un impiego in cambio di una remunerazione, nel caso il lavoratore venga effettivamente inserito nel tessuto produttivo. Vengono inoltre uniformati tutti i servizi sul territorio nazione per le politiche attive.

Ammodernamento tecnologico

Intensificazione dell’impiego della tecnologia informatica, istituzione del fascicolo elettronico unico, adempimenti di carattere amministrativo solo per via telematica.

I Numeri del Jobs Act

Premessa: i dati si riferiscono al 2016. Partono da ottobre 2015 e arrivano a ottobre 2016.

Gli occupati aumentano

A ottobre 2016 gli occupati, cioè le persone che hanno un’occupazione sul totale della popolazione attiva, sono 22’753’000, in crescita di 174 mila unità dall’ottobre dell’anno scorso.

Nel febbraio 2014 (quando si è insediato il governo Renzi), erano 22.180.000, quindi nei tre anni di governo Renzi sono cresciuti di 570.000 unità.

Ad essere aumentato, però, è soltanto il numero degli occupati con più di 35 anni e in particolare gli over 50. Il numero di persone occupate tra i 15 e i 34 anni di età è rimasto stabile (5 milioni).

Sul totale di 22,7 milioni di occupati italiani, poco più di 5 milioni sono lavoratori autonomi (partite IVA, professionisti, consulenti) mentre 17 milioni sono dipendenti. Tra questi, 14,8 milioni sono lavoratori a tempo indeterminato, mentre 2,4 milioni sono a tempo determinato.

Da febbraio 2014 gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti del 3,3%, mentre quelli a tempo determinato sono cresciuti dell’8,5%. Aumentano più velocemente i dipendenti cosiddetti precari, una tendenza diffusa in tutto il mondo.

I disoccupati calano

Il tasso di disoccupazione a ottobre era del 11,6%, in aumento dello 0,1% rispetto all’ottobre del 2015, ma in calo di 1,5 punti rispetto all’inizio del governo Renzi, quando era al 13,1%.

La disoccupazione giovanile è ancora al 36,4% (uno dei livelli più alti d’Europa). Tuttavia era al 43% quando Renzi divenne PdC.

I contratti a tempo indeterminato rallentano

Nel 2016 sono stati registrati 61.640 contratti a tempo indeterminato in più di quanti ne sono cessati (dati diffusi a ottobre). Soltanto il 23% di questi contratti è stato sottoscritto da giovani sotto i 30 anni.

I contratti a tempo indeterminato sono aumentati – quindi bene -, ma lo hanno fatto più lentamente rispetto al 2015 (il saldo fu di 588.039). Saldo inferiore anche al 2014 (101.255).

Nota: l’ottimo risultato del 2015 è frutto delle decontribuzioni (Legge di Stabilità) che quell’anno hanno permesso ai datori di lavoro di assumere dipendenti a tempo indeterminato (soprattutto con il nuovo contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, che per i primi tre anni garantisce meno tutele dal licenziamento) senza dover pagare loro i contributi per tre anni. Una volta cessata la decontribuzione, dal primo gennaio 2016, il numero di contratti a tempo indeterminato si è abbassato molto scendendo addirittura sotto il livello del 2014, quando non solo non c’erano decontribuzioni ma non era in vigore nemmeno il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act.

FAQ – Punti Critici

1) TUTELE INESISTENTI – Licenziare non è mai stato così facile.

In realtà non cambia niente per chi è stato assunto prima del 7 marzo 2015. Per chi invece è stato assunto dopo esclude, per i licenziamenti economici, la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro e prevede un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio.

Il diritto alla reintegrazione è limitato ai licenziamenti nulli e discriminatori, e a particolari casi di licenziamento disciplinare ingiustificato.

Il decreto prevede inoltre termini certi per l’impugnazione del licenziamento.

Tecnicamente equivoco, poiché in nessun modo si interviene sulla disciplina dei licenziamenti oggi vigente, bensì si progetta di inserire nell’ordinamento un nuovo contratto a tempo indeterminato che ha nella crescente tutela economica, invece che nel reintegro, l’effetto di un provato licenziamento senza giusta causa – si fonda buona parte della strategia del governo che innanzi tutto intende dare un segnale di effettivo cambiamento, che, solo se colto come realmente dirompente e semplificante, può attivare gli animal spirits degli imprenditori e convincere anche i più restii a tornare ad investire in nuova occupazione.

2) IL “GRANDE FRATELLO” – Legittimato il controllo a distanza del lavoratore sempre e comunque. La privacy personale è solo un ricordo.

Falso. I controlli a distanza sono possibili solo sugli impianti, preservando così la dignità del lavoratore e garantendo l’adeguata riservatezza.

È importante notare la trasparenza del controllo: il lavoratore deve essere preventivamente informato in merito ai controlli che vengono effettuati. Gli deve essere rappresentato in modo chiaro a quali controlli è sottoposto.

3) AMMORTIZZATORI? NON PER TUTTI – Non esiste un sistema di sussidio universale, una grande fetta di lavoratori continua a essere esclusa.

Trattando di misure che hanno l’obiettivo di offrire sostegno economico alle persone che hanno perso il posto di lavoro, il decreto riscrive la normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, introducendo nuovi strumenti e nuove sigle: ASPI, NASPI, ASDI e DIS-COLL, quelle che un tempo chiamavamo “assegni per la disoccupazione”.

Le politiche passive, le politiche attive e il riordino dei contratti di lavoro contengono alcuni principi di delega piuttosto innovativi per il nostro diritto del lavoro: rimodulazione dell’ASpI, estensione del trattamento di sostegno al reddito anche ai c.d. co.co. pro., sussidio universale per gli indigenti, cassa integrazione pagata da tutti i suoi utilizzatori, razionalizzazione di tutti gli incentivi all’assunzione, creazione di una Agenzia Nazionale per l’Occupazione, connessione politiche attive pubbliche e private, semplificazione normativa mediante un Testo Unico semplificato.

4) POLITICHE ATTIVE O PASSIVE? – Minore uso della cassa integrazione, qualità del servizio più bassa, aumento della disomogeneità territoriale.

Falso. Il Jobs Act riordina la normativa in materia di servizi per il lavoro e di “politiche attive”, cioè le iniziative volte a promuovere l’occupazione: rinforza e riorganizza la rete degli enti coinvolti nel settore, vincola l’erogazione dei “contributi di sostegno al reddito” alla partecipazione attiva di chi dovrà percepirli, coinvolge stabilmente i soggetti privati che possono fare da intermediari, semplifica la possibilità di impiego dei lavoratori in cassa integrazione in lavori per la collettività e allarga la portata del cosiddetto “fascicolo elettronico” del lavoratore.

5) CON IL JOBS ACT SONO AUMENTATI I VOUCHER, CHE SOSTITUISCONO IL LAVORO REGOLARE

I voucher (che sono precedenti e non c’entrano nulla con il Jobs Act che è una riforma per rendere prevalente il contratto a tempo indeterminato anche a costo di una riduzione delle tutele contro il licenziamento) effettivamente pagati sono 1,4 milioni di persone (in maggioranza pensionati studenti o disoccupati) che fanno lavoretti per meno di 300 euro annui lordi (il 95% dei voucheristi prende meno di 3000 euro di voucher all’anno). I voucher non sostituiscono il lavoro regolare ma nella stragrande maggioranza dei casi lo integrano. E non determinano certo l’aumento dell’occupazione di questi anni: 47.000 persone sono lo 0.2% dei 22 e passa milioni di occupati. E importante non confondere i voucher con il Jobs Act che è una riforma del contratto a tempo indeterminato.